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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Assistente tecnico con incarico annuale come docente di sostegno in altra scuola: dubbi sulla fruizione delle ferie...
Un assistente tecnico con contratto a tempo indeterminato ha prestato servizio nel corrente a.s 2023/2024, in qualità di docente di sostegno con incarico...
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Un parere sulla gestione di un caso di incompatibilità nella predisposizione e correzione delle prove scritte di lingua...
Come è noto, il codice di comportamento dei pubblici dipendenti richiama l’attenzione sulla necessità di astenersi rispetto a decisioni/delibere/valutazioni che possano coinvolgere parenti o affini. Per quanto concerne gli esami conclusivi del primo ciclo di istruzione, non vi sono specifiche previsioni nella norma primaria né nelle successive indicazioni (DM 741/2017, nota 1865/2017). Per analogia, potrebbe essere però interessante riportare quanto previsto per gli esami del secondo ciclo, in particolare al contenuto dell’articolo 16 comma 6 dell’OM 55/2024 che si riferisce alla seconda prova scritta degli istituti professionali; tale articolo prevede che il commissario che possa avere potenziali situazioni di incompatibilità di debba “astenere dalle operazioni collegiali”. Lo stesso criterio si ritiene possa essere utilizzato nel caso di cui al quesito, in modo da contemperare le esigenze collegate all’incompatibilità con la legittima aspettativa degli altri candidati di essere esaminati dallo stesso docente che li ha seguiti per l’intero ciclo di studi. Pertanto, il docente di francese in oggetto si asterrà dalla partecipazione della seduta nel corso della quale vengono predisposte le tracce e nella correzione della prova scritta di lingua straniera della figlia; potrà essere sostituito, in tali fasi, da un docente di francese già presente nella commissione o da altro docente non impegnato negli esami di Stato.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Un'alunna straniera, priva del diploma conclusivo del primo ciclo, chiede l'iscrizione al primo anno del liceo linguistico...
L'iscrizione alle classi del secondo ciclo di istruzione è possibile solo dopo il conseguimento del diploma finale del primo ciclo con il superamento dell'esame di Stato. L'unica eccezione può essere riferita all'applicazione dell'articolo 192, comma 3 del testo unico, ma non si tratta di una fattispecie assimilabile al caso di cui al quesito perché attinente a studenti già in possesso di titolo conseguito in Paesi esteri. Trattandosi quindi di studentessa quattordicenne in obbligo di istruzione e priva di diploma conclusivo del primo ciclo, non si ritiene possibile accogliere l'istanza.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
PNRR STEM e DM 66: dubbi sull'incarico conferito ad un assistente tecnico a t.d...
Come già detto in precedenti risposte, l'introduzione negli istituti comprensivi della figura dell’assistente tecnico per i laboratori Informatica (cod. T72) è stato prevista dal Decreto del Ministro dell’istruzione 26 marzo 2020, n. 187. La figura si è resa indispensabile con l’avvio della DAD e il decreto ministeriale 187/2020 ha disposto il riparto delle risorse e degli assistenti tecnici in attuazione dell’articolo 120 del decreto-legge 18 del 2020 per la didattica a distanza. In seguito, l’art. 1, commi 966 e 967, della Legge n. 178/2020 ha così disposto: “966. Al fine di assicurare anche nelle scuole dell’infanzia, nelle scuole primarie e nelle scuole secondarie di primo grado la funzionalità della strumentazione informatica, il termine dei contratti sottoscritti ai sensi dell’articolo 230-bis, comma 1, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, è prorogato al 30 giugno 2021. A tal fine è autorizzata la spesa di 13,80 milioni di euro per l’anno 2021. 967. Al fine di assicurare stabilmente quanto previsto dal comma 966 del presente articolo, a decorrere dall’anno scolastico 2021/2022 la dotazione organica del personale amministrativo, tecnico e ausiliario di cui all’articolo 19, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, è incrementata di 1.000 posti di personale assistente tecnico, da destinare alle scuole di cui al citato comma 966. Le facoltà assunzioni del personale assistente tecnico sono corrispondentemente incrementate di 1.000 unità. A tal fine è autorizzata la spesa di 9,26 milioni di euro per l’anno 2021, di 31,43 milioni di euro per l’anno 2022, di 30,51 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2026, di 31,16 milioni di euro per l’anno 2027 e di 32,44 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2028.” L’esplicito richiamo della Legge alla “dotazione organica del personale amministrativo, tecnico e ausiliario […] è incrementata di 1.000 posti di personale assistente tecnico, da destinare alle scuole di cui al citato comma 966 (ndr. scuole primarie e scuole secondarie di primo grado)” induce a ritenere che tale figura, ancorché condivisa tra più Istituti, debba essere considerata quale personale ATA interno - pro quota oraria - ad ogni singola scuola della rete, con la particolarità di avere un orario frazionato tra le diverse sedi di servizio. Ciò non toglie che l’Assistente Tecnico della rete, destinatario degli incarichi sui progetti PNRR STEM e DM 66, debba svolgere tale attività aggiuntiva compatibilmente e nel rispetto dell’orario e degli impegni di servizio presso le altre Istituzioni Scolastiche facenti parte della rete stessa. Ciò implica quindi, a parere dello scrivente, che non occorra l’autorizzazione dell’istituto capofila (trattandosi, come detto, di personale interno ad ogni singola scuola), ma sia necessario un accordo, tra le istituzioni scolastiche interessate, volto a stabilire modalità e criteri condivisi per lo svolgimento delle attività aggiuntive dell’Assistente Tecnico in favore delle singole scuole della rete, tenuto conto anche dei limiti orari previsti dall’art.63 del CCNL 2024. Venendo all’ultima domanda, riteniamo che l’assistente tecnico con contratto a tempo determinato, in quanto personale interno, decada automaticamente dagli incarichi all’atto della cessazione, assumendo lo status di personale esterno/estraneo all’Istituzione Scolastica (come di fatto e di diritto si configurano i supplenti cessati). Riteniamo pertanto che, avendo l’istituto a suo tempo emanato un avviso rivolto al personale interno, non sia possibile far proseguire l’incarico conferito al personale a tempo determinato (candidatosi quando ancora era in servizio, quindi in qualità di interno e come tale incaricato) oltre la scadenza del contratto di lavoro. Infatti, la prosecuzione delle attività nell'ambito di un progetto PNRR Scuola 4.0, dovrebbe comportare la trasformazione dell’incarico in un contratto di prestazione d'opera; atto che, tuttavia, caratterizza il rapporto con soggetti estranei all’amministrazione. In tal modo, però, verrebbe violato il corretto iter di individuazione degli “esperti” che, in base alle disposizioni di cui all’art. 7 del D.Lgs 165/2001, prevede che il personale estraneo all’amministrazione (come di fatto si configurano i supplenti cessati) venga individuato attraverso apposito avviso, subordinato all’assenza o indisponibilità di personale interno. Pertanto, nella necessità, dal 1 settembre, di individuare nuovamente la funzione di assistente tecnico che di tutor per alcuni moduli, è opinione di chi scrive che occorra procedere, in ordine, con: - emanazione di ulteriore avviso di selezione per l’individuazione di nuovo personale interno disponibile (e competente) a svolgere detto incarico; - eventuale avviso indirizzato al personale di altre Istituzioni scolastiche (incarichi di “collaborazioni plurime” ex articoli 35 e 57 del CCNL 29/11/2007), in caso di esito negativo della procedura sopra indicata; - in ultimo, avviso di selezione pubblica, ex art. 7, comma 6, del D.Lgs 165/2001, rivolto al personale estraneo, nel caso di esito negativo dell’avviso per incarichi di collaborazione plurima.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Graduatorie di terza fascia ATA: è valutabile il servizio prestato presso una cooperativa sociale onlus e/o PRO LOCO?
Gentile utente, il servizio prestato presso una cooperativa sociale onlus non è valutabile per le graduatorie di istituto di III fascia del personale ATA, ai sensi delle tabelle di valutazione dei titoli e servizi allegate al D.M. 89/2024. Infatti, per tutti i profili professionali del personale ATA sono valutabili i servizi prestati presso le scuole statali , non statali e paritarie sia nel profilo di cui si richiede l'inserimento, sia in altri profili. Inoltre sono valutabili i servizi prestati presso le pubbliche amministrazioni o gli enti locali, con rapporto di impiego diretto presso tali amministrazioni, secondo i contratti nazionali di lavoro dei rispettivi comparti. L'elenco delle pubbliche amminitsrazioni i cui servizi sono ammessi per la valutaizone è consultabile sul sito del MIM in un apposito link inserito nelle faq della sezione dedicata all'aggiornamento delle graduatorie di III fascia per il triennio 2024/2027.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Dichiarazione contributi scolastici volontari: bisogna rilasciare un'attestazione di avvenuto pagamento?
In risposta al quesito posto si segnala che le istruzioni fornite dall’Agenzia delle Entrate prevedono che se il pagamento è stato effettuato con mezzo tracciabile (es. ricevuta bancomat, estratto conto, copia bollettino postale o del MAV e dei pagamenti con PagoPa, ecc.) la spesa è detraibile, ma occorre aver conservato la prova del pagamento. In mancanza della prova cartacea, l’avvenuto utilizzo del pagamento tracciabile può essere documentato mediante apposita annotazione in fattura (o ricevuta fiscale o altro documento commerciale) da parte del percettore delle somme che cede il bene o che effettua la prestazione, il quale certifica di aver ricevuto il denaro con pagamento tracciato. In caso di trasmissione telematica dei dati da parte del percettore in ogni caso il contribuente è tenuto, su richiesta dell’Amministrazione finanziaria, ad esibire tutti i documenti che dimostrano il diritto alle deduzioni e detrazioni richieste in dichiarazione, è, pertanto, opportuno conservare la documentazione in originale per tutto il periodo di accertamento e cioè entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui la dichiarazione è stata presentata. In particolare per le spese d’istruzione occorre essere in possesso della seguente documentazione: • ricevute o quietanze di pagamento recanti gli importi sostenuti a tale titolo nel corso dell’anno d’imposta • Per le spese sostenute per la mensa scolastica: – ricevuta del bollettino postale o del bonifico bancario intestata al soggetto destinatario del pagamento con riportata nella causale l’indicazione del servizio mensa, la scuola di frequenza e il nome e cognome dell’alunno – qualora il pagamento sia stato effettuato in contanti, con altre modalità di pagamento o con l’acquisto di buoni in formato sia cartaceo sia elettronico, attestazione del soggetto che ha ricevuto il pagamento o della scuola che certifichi l’ammontare della spesa sostenuta nell’anno e i dati dell’alunno o studente • Per le gite scolastiche, assicurazioni della scuola e altri contributi scolastici finalizzati all’ampliamento dell’offerta formativa: – ricevute o quietanze di pagamento recanti gli importi sostenuti a tale titolo nel corso dell’anno e i dati dell’alunno o studente – qualora il pagamento sia stato effettuato nei confronti di soggetti terzi attestazione dell’istituto scolastico dalla quale si rilevi la delibera di approvazione e i dati dell’alunno o studente • Per le spese di istruzione sostenute per università statali: – ricevute o quietanze di pagamento recanti gli importi sostenuti a tale titolo nel corso dell’anno d’imposta • Per le spese di istruzione sostenute per università non statali: – ricevute o quietanze di pagamento recanti gli importi sostenuti a tale titolo nel corso dell’anno d’imposta N.B.: In questo caso la detrazione è calcolata su un importo non superiore a quello definito dal decreto del MIUR. Così come previsto dall’agenzia delle Entrate con comunicato del 24/5/2024 il contribuente, in luogo della documentazione (scontrini, ricevute, fatture, ecc.), può esibire il prospetto dettagliato riportato nella dichiarazione precompilata, unitamente a una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà effettuata ai sensi dell’art. 47 del DPR n. 445 del 2000 con cui attesta che tale prospetto corrisponde a quello scaricato dal 730 precompilato. In ogni caso se, nonostante la norma della decertificazione, ci viene richiesto comunque il rilascio di un certificato da parte del genitore, non possiamo rifiutare il rilascio (per farlo ci servirebbe una "copertura" ministeriale che, al momento, non c'è). Pertanto in risposta al quesito posto, nonostante la trasmissione telematica dei dati all’agenzia delle Entrate, nonostante tali dati siano già disponibili nel 730 precompilato se il genitore richiede una certificazione ulteriore la pubblica amministrazione non può rifiutarsi di farla, anche tramite la stampa del solo documento attestante il pagamento tramite pagopa che si può fare direttamente da SIDI.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Alcune questioni legate alla predisposizione delle determine dirigenziali...
Si parte dal presupposto che le determine di cui si parla sono le cosiddette decisioni di contrarre previste e disciplinate dall’art. 17 D.Lgs. n. 36/2023. Detti atti, in quanto finalizzati a esternare la volontà della stazione appaltante di procedere all'individuazione del contraente in relazione a una fornitura o all’erogazione di servizi oppure ancora all’esecuzione di lavori, sono propri del dirigente scolastico, in quanto unico – nell’istituzione scolastica – a poter esternare la volontà dell’amministrazione di cui è, per l’appunto, rappresentante legale. L’art. 44, c. 1, D.I. n. 129/2018 del resto recita: “Il dirigente scolastico svolge l’attività negoziale necessaria all'attuazione del P.T.O.F. e del programma annuale, nel rispetto delle deliberazioni del Consiglio d'istituto assunte ai sensi dell'articolo 45.” Tuttavia, come noto e come stabilito dai successivi commi 2 e 3 del medesimo articolo, “2. Nello svolgimento dell'attività negoziale, il dirigente scolastico si avvale della attività istruttoria del DSGA. 3. Il dirigente scolastico può delegare lo svolgimento di singole attività negoziali al DSGA o a uno dei propri collaboratori individuati in base alla normativa vigente. Al DSGA compete, comunque, l'attività negoziale connessa alla gestione del fondo economale di cui all'articolo 21.” Dunque, da un lato, il dirigente si avvale dell’attività istruttoria del DSGA, a prescindere dal conferimento allo stesso dell’incarico di RUP, dall’altro egli può procedere a delegare l’attività negoziale (ivi compresa l’adozione delle decisioni a contrarre) al DSGA, oltreché a propri collaboratori individuati ex art. 25 D.Lgs. n. 165/2001. Ovviamente, il perimetro dell’attività istruttoria che il DSGA è chiamato a compiere nello specifico viene tracciato, di norma, nella direttiva del dirigente rivolta allo stesso all’inizio dell’anno scolastico e nel piano annuale delle attività del personale ATA. Ciò premesso, può affermarsi che: - il DSGA può essere obbligato a predisporre le decisioni di contrarre, in virtù del fatto che l’art. 44, c. 2, D.I. n. 129/2018 affida allo stesso lo svolgimento dell’attività istruttoria servente alla stipula dei contratti. Il contenuto di dette decisioni, infatti, presuppone l’avvenuto espletamento di una attività siffatta, nella misura in cui consiste nella individuazione dell’oggetto del contratto e della tipologia di procedura e – nel caso di affidamento diretto - dell’importo e del contraente, “unitamente alle ragioni della sua scelta, ai requisiti di carattere generale e, se necessari, a quelli inerenti alla capacità economico-finanziaria e tecnico-professionale” (art. 17, c. 2, D.Lgs. n. 36/2023). Come detto, inoltre, detto obbligo in capo al DSGA non rappresenta solo il portato dell’art. 44, c. 2, D.I. n. 129/2018 ma può ricevere ulteriore esplicitazione nella direttiva a lui rivolta e nelle prescrizioni contenute nel piano annuale delle attività; - le decisioni a contrarre sono atti di competenza del dirigente scolastico poiché volti a produrre effetti verso l’esterno e l’unico titolato a sottoscrivere atti dotati di una simile forza è il rappresentante legale dell’istituzione scolastica. In coerenza con una simile affermazione (esplicitata nel citato comma 1 dell’art. 44 del D.I. n. 129/2018), l’attività negoziale può essere svolta direttamente dal DSGA o da un collaboratore del dirigente con effetti verso l’esterno, solo previa delega di quest’ultimo; - non si ritiene ricorra la fattispecie dell’art. 328, c. 2, c.p. qualora il DSGA ometta immotivatamente di predisporre la decisione di contrarre e ciò per due ragioni. Da un lato, l’omissione immotivata si deve produrre a fronte della richiesta di “chi vi abbia interesse” e con questa espressione, per pacifica giurisprudenza, si intende fare riferimento ai privati. Dall’altro lato, il dirigente è dotato di poteri sostitutivi in caso di inerzia, a lui conferiti dall’art. 17, c. 1, lettera d) del D.Lgs. n. 165/2001, secondo cui i dirigenti “dirigono, coordinano e controllano l'attività degli uffici che da essi dipendono e dei responsabili dei procedimenti amministrativi, anche con poteri sostitutivi in caso di inerzia”. Pertanto, una simile omissione ben potrebbe essere superata dal medesimo dirigente mediante l’esercizio dei propri poteri sostitutivi, ferma restando la responsabilità disciplinare di chi si sia sottratto a un preciso obbligo scaturente dalla regolamentazione normativa o pattizia del rapporto di lavoro.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Esami di Stato: chiarimenti sulla determinazione dei compensi correlati alla distanza dal luogo di residenza o servizio alla sede di esame...
In riferimento al quesito posto, si precisa che, in tema di compensi da corrispondere ai Presidenti ed ai Commissari impegnati negli esami di Stato, la normativa cui fare riferimento è il D.I. 24 maggio 2007 e le relative indicazioni di cui alla Nota prot. n. 7054 del 2.07.2007 e prot. n. 7321 del 12 novembre 2012 del Ministero dell'Istruzione. I compensi per gli esami conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore sono omnicomprensivi e sostitutivi di ogni altro emolumento accessorio. Il MIUR, con la nota prot. n. 5850 del 23.06.2015, ha fornito ulteriori chiarimenti sui compensi degli Esami di Stato, al fine di uniformare l'operato delle singole Istituzioni Scolastiche, in relazione ai costi relativi allo svolgimento degli esami medesimi. Relativamente ai tempi di percorrenza, è stato chiarito che, ai fini del calcolo del compenso da corrispondere ai commissari esterni, non assumono alcuna rilevanza nè i mezzi effettivamente utilizzati per l'espletamento dell'incarico, nè le spese effettivamente sostenute (spese di viaggio, vitto, pernottamento, ecc,), dovendosi fare riferimento esclusivo ai tempi di percorrenza come individuati e definiti dall'articolo 1, comma 2, del Decreto Interministeriale citato. Pertanto, il compenso da corrispondere per la trasferta al commissario è unicamente quello di cui al QUADRO B - Tabella 1 allegata al D.I. 24.05.2007, spettante in base al tempo di percorrenza tra la sede di servizio o di residenza (dichiarate dagli interessati) e la sede d'esame; tra la sede di servizio e di residenza si considera quella più vicina (sempre in termini di tempo di percorrenza) alla sede d'esame. Per l'individuazione dei tempi di percorrenza si fa riferimento agli orari ufficiali dei mezzi di linea extra-urbani più veloci, in vigore all'inizio delle operazioni d'esame. In caso di sedi d'esame raggiungibili solo con la combinazione di più mezzi di trasporto extra-urbani, il tempo di percorrenza è dato dalla somma dei tempi risultanti dagli orari ufficiali. Qualora manchi il collegamento che consenta di raggiungere la sede d'esame in tempo utile, si fa riferimento al collegamento più veloce esistente nell'arco della giornata. Si precisa che per "collegamento più veloce" si intende il collegamento che consenta al commissario di impiegare il minor tempo possibile. Premesso quanto sopra, si ritiene che debba essere preso in considerazione il collegamento più veloce esistente nell'arco della giornata che, dalla lettura del quesito, colloca la durata di percorrenza tra 61 e 100 minuti, come ipotizzato dalla scuola.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Alcune questioni legate alla cessazione della validità del codice fiscale e matricola INPS per accorpamento ad altro Istituto...
I Codici Fiscali e/o Partite IVA (ove previste), appartenenti alle scuole cessate, dovranno essere definitivamente chiusi alla data del 31 agosto, mediante il competente Ufficio Territoriale dell’Agenzia delle Entrate. La comunicazione del Modello AA5/6 dovrà essere presentata, esclusivamente per via telematica, indicando il numero di codice fiscale, la data di estinzione nonché la tipologia di cessazione (avvenuta estinzione, fusione, concentrazione, trasformazione). Per la chiusura delle posizioni previdenziali è necessario comunicare all’INPS la chiusura dell’Istituto scolastico per effetto del procedimento di dimensionamento della rete scolastica, utilizzando esclusivamente i relativi moduli secondo le indicazioni della circolare INPS del 16 ottobre 2015, n. 172. Si rammenta che con circolare n. 115 del 2/08/2019 l’Inps ha fornito indicazioni sulle modalità di comunicazione dei dati giuridici e retributivi da parte degli Istituti Scolastici Statali e dei Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) per i periodi retributivi decorrenti da gennaio 2020. In particolare, dal 1° gennaio 2020 le scuole non dovranno più inviare all'INPS le denunce mensili per gli emolumenti corrisposti al proprio personale e comunicati a NoiPA. Le denunce rimangono obbligatorie solo per i tributi minori e per la gestione separata. Pertanto, se l’Istituzione Scolastica si trova in uno di questi casi, sarebbe opportuno che provvedesse a pagare tutto e trasmettere la relativa denuncia entro il 31/08; ovvero registrasse gli impegni da trasferire alla nuova scuola. In materia di dichiarazioni, invece, la scuola può tranquillamente inviare entro il 31/08 le dichiarazioni IRAP e 770 relativamente all’anno 2023; mentre, per l’anno in corso, sarà la scuola principale che ha assorbito le scuole cessate a dichiarare per conto di quest’ultime. Le istruzioni ministeriali allegate al modello IRAP precisano: “Nelle ipotesi in cui si è verificata l’estinzione di soggetti preesistenti e la prosecuzione dell’attività da parte di altro soggetto (come nel caso in cui, ad esempio, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 1, comma 70, della Legge 23 dicembre 1996, n. 662, sono stati costituiti istituti comprensivi scolastici ovvero sono state adottate misure di riorganizzazione per i Convitti e gli Educandati dello Stato), quest’ultimo dovrà presentare, oltre alla propria, una dichiarazione IRAP per ogni soggetto estinto in cui esporrà tutti i dati ri¬guardanti il periodo compreso fra l’inizio dell’esercizio e la data in cui gli stessi hanno cessato l’attività. A tal fine indicherà, nello spa¬zio contraddistinto dalla dicitura “Codice fiscale”, il codice fiscale del soggetto estinto e, nel campo del frontespizio indicante il “Co¬dice fiscale società dichiarante”, il proprio codice fiscale”. Le istruzioni ministeriali allegate al modello 770 precisano: “Nell’ipotesi di prosecuzione dell’attività da parte di un altro soggetto (fusioni anche per incorporazione, scissioni totali, scioglimento di una società personale e prosecuzione dell’attività sotto la ditta individuale di uno soltanto dei soci, cessione o conferimento da parte di un imprenditore individuale dell’unica azienda posseduta in una società di persone o di capitali, trasferimento di competenze tra amministrazioni pubbliche), chi succede nei precedenti rapporti è tenuto a presentare un’unica dichiarazione dei sostituti d’imposta che deve essere comprensiva anche dei dati relativi al periodo dell’anno in cui il soggetto estinto ha operato. Nei casi di operazioni societarie straordinarie o successioni avvenute nel corso del 2022 o del 2023, prima della presentazione della dichiarazione Mod. 770/2023, il dichiarante deve procedere alla compilazione dei singoli quadri del Mod. 770/2023 per esporre distintamente le situazioni riferibili ad esso dichiarante ovvero a ciascuno dei soggetti estinti; relativamente a questi ultimi il dichiarante deve indicare, per l’anno d’imposta relativo alla presente dichiarazione, tutti i dati riguardanti il periodo compreso fra il 1° gennaio 2022 e la data, nel corso dell’anno 2022, di effettiva cessazione dell’attività o in cui si è verificato l’evento a prescindere dagli eventuali differenti effetti giuridici delle operazioni. Si precisa che il quadro SX è unico e deve riguardare sia i dati del dichiarante che dei soggetti estinti. Ad esempio, il soggetto A, avendo incorporato il soggetto B il 28 febbraio 2023, sarà tenuto a presentare per l’anno 2022 una sola dichiarazione modello 770/2023 contenente i quadri riferiti ad entrambi i soggetti. Relativamente alla compilazione dei quadri concernenti i soggetti estinti, il dichiarante deve indicare nello spazio in alto a destra di ciascun quadro, contraddistinto dalla dicitura “Codice fiscale”, il proprio codice fiscale e, nel rigo “Codice fiscale del sostituto d’imposta”, quello del soggetto estinto. Sempre con riferimento ai soggetti estinti, laddove previsto, deve essere indicato nella casella 3, “Eventi eccezionali”, l’eventuale codice dell’evento eccezionale relativo a tale sostituto, rilevabile dalle istruzioni riferite alla casella “Eventi eccezionali” posta nel frontespizio del Mod. 770”.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
PNRR 4.0: chiarimenti sui termini di garanzia relativi alle forniture dei dispositivi informatici...
La materia delle garanzie post-vendita (anche sulle forniture dei dispositivi informatici nell'ambito del PNRR 4.0) è disciplinata dal Codice del Consumo, precisamente nella Parte IV, Titolo III, Capo I e Capo I-bis, agli artt. 128 e seguenti (https://www.mimit.gov.it/it/mercato-e-consumatori/tutela-del-consumatore/diritti-del-consumatore/garanzia-legale ). Il codice del consumo (D. Lgs. n. 206/2005) agli artt. 128-135 prevede l’obbligo per il venditore di garantire ai consumatori la conformità del bene acquistato alle caratteristiche e qualità offerte. Il venditore è quindi responsabile dei difetti di conformità esistenti al momento della consegna del bene per tutti i prodotti venduti nei suoi negozi. La garanzia legale ha durata di due anni e tale durata decorre dalla consegna del bene (come attestato dal DDT/ fattura); in ogni caso, l'azione diretta a far valere i difetti si prescrive nel termine di ventisei mesi dalla consegna. Alla garanzia legale può essere richiesta e aggiunta l’ulteriore garanzia offerta dal produttore o dal venditore (c.d. garanzia convenzionale o commerciale). Tale ulteriore garanzia ha le seguenti caratteristiche: - è cumulativa (in quanto si aggiunge a quella legale); - è facoltativa (nel senso che si lascia la facoltà al venditore o produttore di prevederla); - una volta offerta, il venditore o il produttore resta vincolato ad essa; - è libera per quanto concerne la durata e l’oggetto; A partire dal 1° gennaio 2022, la stessa disciplina trova applicazione anche ai contratti di fornitura di contenuti digitali (es. software, e-book, applicazioni, giochi) o di servizi digitali (es. servizi cloud). La garanzia legale si estende, peraltro, a qualsiasi bene mobile che incorpori, o sia interconnesso con un contenuto digitale o un servizio digitale. Per quanto concerne le forniture di arredi (soggetti alla disciplina dei Criteri Ambientali Minimi), il paragrafo 4.2.2 – Garanzia – dell’Allegato al DM 23 Giugno 2022 n. 254 (https://gpp.mase.gov.it/sites/default/files/2023-06/GURI_184_08.08.22-AllegatoArredi.pdf ) dispone che “LA GARANZIA DEI PRODOTTI DEVE AVERE UNA DURATA DI ALMENO CINQUE ANNI DALL’ACQUISTO ED IL PRODUTTORE DEVE GARANTIRE, PER TALE PERIODO, LA DISPONIBILITÀ DI PARTI DI RICAMBIO. Se le parti di ricambio sono disponibili a costo zero, questo deve essere esplicitato nei documenti di acquisto, altrimenti il loro costo deve essere stabilito a priori e deve essere relazionato al valore del prodotto in cui va sostituito.” La norma CAM prevede inoltre che “L’aggiudicatario presenta una garanzia scritta che riporti chiaramente il periodo di validità di almeno 5 anni dalla data di acquisto e l’impegno a garantire la disponibilità delle parti di ricambio per almeno 5 anni, con le relative informazioni di contatto sulle parti di ricambio ed il loro eventuale costo.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Alcune questioni legate all'attivazione del servizio di assistenza specialistica e assistenza socio sanitaria per gli alunni...
Il D.I. n. 182/2020, così come modificato dal D.I. n. 153/2023, prevede: - all’articolo 12 “Interventi necessari per garantire il diritto allo studio e la frequenza”, “1. Relativamente agli interventi di assistenza necessari per garantire il diritto allo studio di alunni con disabilità, nel PEI sono indicati distintamente e specificamente gli interventi di Assistenza di base (per azioni di mera assistenza materiale, non riconducibili ad interventi educativi) e gli interventi di Assistenza specialistica per l’autonomia e/o la comunicazione (per azioni riconducibili ad interventi educativi). 2. Per quanto concerne gli interventi di Assistenza specialistica per l’autonomia e/o la comunicazione, sono specificamente indicate le necessità relative all’educazione e sviluppo dell'autonomia (cura di sé, mensa e altro) nonché le necessità di assistenza per la comunicazione agli alunni con disabilità visive e uditive e con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo”; - all’articolo 15 “Verifica finale e proposta di assegnazione delle risorse”, “3. Ai sensi di quanto previsto all’articolo 7, comma 1, lettera d) del DLgs 66/2017, il GLO procede a definire la proposta delle risorse da destinare agli interventi di assistenza igienica e di base e delle risorse professionali da destinare all'assistenza, all'autonomia e alla comunicazione, per l'anno successivo. In particolare, si indica il fabbisogno di risorse da destinare agli interventi di assistenza igienica e di base e il fabbisogno di risorse professionali da destinare all'assistenza, all'autonomia e alla comunicazione, nell’ambito di quanto previsto dall’Accordo di cui all’articolo 3, comma 5-bis del DLgs 66/2017 da sancire in sede di Conferenza Unificata, per l'anno scolastico successivo, specificando la tipologia di assistenza/figura professionale e il numero delle ore ritenuto necessario, al fine di permettere al Dirigente scolastico di formulare la richiesta complessiva d’Istituto delle misure di sostegno ulteriori rispetto a quelle didattiche, da proporre e condividere con l’Ente Territoriale”; - all’articolo 18 “Definizione delle modalità per l'assegnazione delle misure di sostegno”, “3. Il GLO formula una proposta relativa al fabbisogno di risorse professionali per il sostegno e l’assistenza, con il fine di attuare gli interventi educativo-didattici, di assistenza igienica e di base, nonché di assistenza specialistica, nell’ambito dei range e dell’entità delle difficoltà indicati nella Tabella di cui all’Allegato C1. […] 5. Le risorse professionali da destinare all'assistenza, all'autonomia e alla comunicazione sono attribuite dagli Enti preposti, tenuto conto del principio di accomodamento ragionevole e sulla base delle richieste complessive formulate dai Dirigenti scolastici, secondo le modalità attuative e gli standard qualitativi previsti nell'accordo di cui all'articolo 3, comma 5-bis del DLgs 66/2017.” Le Linee guida allegate al Decreto interministeriale declinano poi i presupposti per la richiesta dell’assistenza specialistica. Dunque, alla luce delle disposizioni sopra riportate, si ritiene che la prassi seguita dal Comune in questione non sia illegittima: spetta infatti all’istituzione scolastica e, per essa, al dirigente scolastico formulare le “richieste complessive” all’ente locale, sulla base del PEI, per l’erogazione del servizio di assistenza specialistica. Tale richiesta, come quella per le risorse professionali destinate al sostegno, è tuttavia possibile solo se i genitori dello studente con disabilità intendano esercitare il diritto relativo. Né i dati inerenti alla salute possono essere autocertificati dall’interessato (cfr. art. 49 D.P.R. n. 445/2000, significativamente intitolato “Limiti di utilizzo delle misure di semplificazione”, secondo cui “1. I certificati medici, sanitari, veterinari, di origine, di conformità CE, di marchi o brevetti non possono essere sostituiti da altro documento, salvo diverse disposizioni della normativa di settore.”) Dunque, i genitori non possono autocertificare i dati relativi alla certificazione ex lege n. 104/1992 o quelli contenuti nella diagnosi funzionale. Tuttavia, si può proporre all’ente locale di adottare una procedura più snella, sulla falsariga di ciò che avviene in altri Comuni: la richiesta viene compilata dal dirigente scolastico facendo riferimento agli elementi del PEI (da qui anche l’indicazione – all’interno della richiesta – degli elementi contenuti nella certificazione ex lege n. 104 e del contenuto della diagnosi funzionale), così come previsto dal D.I. n. 182/2020; tuttavia la stessa viene sottoscritta anche dai genitori e dall’operatore ASL (di solito, il neuropsichiatra). Questo consente di minimizzare sia gli oneri di trasmissione della documentazione a carico dei genitori sia di rispettare pienamente il disposto normativo sopra illustrato.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
RLS: chiarimenti sulla determinazione dei permessi sindacali spettanti e sulla relativa fruizione...
Il CCNL 2007, all’articolo 73 comma 2 lettera g), prevede che “per l’espletamento dei compiti di cui all’art. 19 del D.Lgs. 626/94, i rappresentanti per la sicurezza oltre ai permessi già previsti per le rappresentanze sindacali , utilizzano appositi permessi orari pari a 40 ore annue per ogni rappresentante e l’espletamento degli adempimenti previsti dai punti b, c, d, g, i ed l dell’art. 19 del D.Lgs. 626/1994 il predetto monte –ore e l’attività sono considerati tempi di lavoro. Il riferimento agli adempimenti va fatto ora al Testo Unico sulla sicurezza (D.Lgs. n. 81 del 2008). L’art. 37 (comma 10, 11 e 12) del D.Lgs. n. 81/08 stabilisce infatti che il RLS ha diritto ad una formazione particolare in materia di salute e sicurezza, riguardante la normativa e i rischi specifici esistenti nella realtà lavorativa in cui opera (scuola). Tale formazione consiste in un corso di almeno 32 ore + aggiornamento periodico di almeno 8 ore/anno, da frequentare in orario di servizio e senza alcun onere a carico del corsista. Per quanto riguarda le sue specifiche attribuzioni, il RLS (art. 50, comma 1, D.Lgs. n. 81/2008): - ha libero accesso a qualsiasi luogo della scuola; - viene preventivamente (ed obbligatoriamente) consultato dal Dirigente Scolastico in ordine alla valutazione dei rischi, all’individuazione, programmazione, realizzazione e verifica delle azioni di prevenzione e protezione e alla designazione di tutti gli addetti alla sicurezza previsti dalla normativa (RSPP - ASPP, addetti antincendio, addetti primo soccorso, addetti all’evacuazione); - riceve tutte le informazioni necessarie ad espletare il suo ruolo ed un’adeguata formazione alla Sicurezza; - ha accesso a tutti i documenti legati alla gestione della sicurezza scolastica e in particolare al Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) e al Registro Infortuni, dei quali può richiedere copia (L. n. 123/07); - si fa promotore di proposte e portavoce delle istanze avanzate dagli altri lavoratori (e dagli allievi, in particolare quando questi sono equiparati a lavoratori) in merito ai problemi connessi alla salute ed alla sicurezza sul lavoro; - interagisce con gli altri addetti alla sicurezza scolastica e con le autorità e gli enti competenti; - partecipa alle riunioni periodiche di prevenzione e protezione, ai sensi dell’art. 35 del D.Lgs. n. 81/2008. Può presentare ricorso alle autorità competenti qualora ritenga che le misure di prevenzione e protezione dai rischi adottate dal datore di lavoro e i mezzi impiegati per attuarle non sono idonei a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori. Il RLS deve disporre del tempo necessario allo svolgimento dell’incarico, senza che a ciò corrisponda una perdita di retribuzione, e deve poter agire liberamente, senza ostacoli di sorta (art. 50, comma 2, D.Lgs. n. 81/08). L'art. 73 citato prevede che per l’espletamento dei compiti di cui all’art.19 del D.lgs.626/94 ( il riferimento è ora al TU 81/2008) , i rappresentanti per la sicurezza oltre ai permessi già previsti per le rappresentanze sindacali, utilizzano appositi permessi retribuiti orari pari a 40 ore annue per ogni rappresentante; per l’espletamento e gli adempimenti previsti dai punti b), c), d), g), i), ed l) dell’art.19 del D.lgs.626/94 ( cfr gli attuali riferimenti), il predetto monte-ore e l’attività sono considerati tempo di lavoro. Quindi l'RLS ga inoltre diritto a 40 ore annue di permesso retribuito (oltre ai permessi già previsti per le RSU) da utilizzare per prendere visione del DVR e degli altri documenti sulla sicurezza predisposti dal SPP, per momenti d’aggiornamento sui temi della sicurezza e, più in generale, per svolgere il proprio incarico all’interno della scuola in cui opera. Il predetto monte ore e l’attività svolta sono considerati tempo di lavoro. Pertanto, come riportato nella risposta a precedente quesito su materia analoga, sui diritti sindacali sono previsti tre livelli di contrattazione: nazionale, regionale e di istituto. Mentre si rimanda alla consultazione del contratto regionale in materia per verificare se vi sono indicazioni in merito, a livello di contrattazione di istituto potrebbero essere definite modalità di dettaglio, fermo restando che queste non potranno comportare limitazioni o compressioni delle tutele poste a favore del rsl da norme di legge o di contratto nazionale o regionale. A puro titolo di esempio non è consentito assimilare la fruizione dei permessi del RLS alle particolari modalità dei permessi brevi di cui all’art. 16. Del CCNL 2007 (es. stabilire che il permesso non possa eccedere la metà dell’orario giornaliero).
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Un docente chiede di poter rinviare l'anno di prova per rimanere nella precedente scuola di titolarità al fine di portare a termine un progetto avviato...
Non risulta possibile essere mantenuti in servizio nella scuola di precedente titolarità, una volta ottenuto il passaggio di ruolo e, con esso, il trasferimento presso altra istituzione scolastica. Infatti, gli unici istituti che consentono al personale docente di ruolo di permanere temporaneamente presso una scuola sono l’assegnazione provvisoria e l’utilizzazione. Per l’anno scolastico 2024/2025 il personale docente, educativo nonché gli insegnanti di religione cattolica possono presentare le domande dall’11 luglio al 24 luglio 2024; le operazioni relative continuano a essere regolamentate dal CCNI concernente le utilizzazioni e le assegnazioni provvisorie del personale docente, educativo ed A.T.A. sottoscritto in data 8 luglio 2020, in vigore per gli anni scolastici relativi al triennio 2019/20, 2020/21 e 2021/22, la cui validità è prorogata per l’anno scolastico 2024-25 con Intesa del 27 giugno 2024. In base alle disposizioni pattizie richiamate, l’assegnazione provvisoria è istituto inteso a tutelare esigenze familiari e personali (- ricongiungimento ai figli o agli affidati di minore età con provvedimento giudiziario; - ricongiungimento al coniuge o alla parte dell’unione civile o al convivente, ivi compresi parenti o affini, purché la stabilità della convivenza risulti da certificazione anagrafica; - gravi esigenze di salute del richiedente comprovate da idonea certificazione sanitaria; - ricongiungimento al genitore), mentre l’utilizzazione è istituto inteso o a ricollocare personale in esubero oppure a consentire a personale su posto comune e in possesso di specializzazione sul sostegno di “spostarsi” su tale tipologia di posto. Si rinvia a questo proposito agli artt. 2 e 7 del CCNI citato. Si ritiene pertanto che il docente non possa rinviare il periodo di formazione e prova permanendo un ulteriore anno nella scuola di attuale titolarità a meno che non rinunci al passaggio di ruolo. Si reputa tuttavia possibile suggerire al docente di proseguire il progetto avviato avvalendosi, ovviamente d’accordo e su iniziativa del dirigente scolastico della scuola di attuale titolarità, di una collaborazione plurima con quella medesima istituzione scolastica. In base all’art. 35 CCNL comparto scuola del 29/11/2007, infatti, “1. I docenti possono prestare la propria collaborazione ad altre scuole statali che, per la realizzazione di specifici progetti deliberati dai competenti organi, abbiano necessità di disporre di particolari competenze professionali non presenti o non disponibili nel corpo docente della istituzione scolastica. Tale collaborazione non comporta esoneri anche parziali dall'insegnamento nelle scuole di titolarità o di servizio ed è autorizzata dal dirigente scolastico della scuola di appartenenza, a condizione che non interferisca con gli obblighi ordinari di servizio.”
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Chiarimenti sulla corresponsione dell'indennità di disagio a favore degli assistenti tecnici del primo ciclo...
La definizione, entro i limiti minimo e massimo, dell'importo di una specifica indennità di disagio a carico del MOF, in favore degli assistenti tecnici delle scuole del primo ciclo di istruzione ex art. 1, comma 967 della legge 178/2020 (legge di bilancio 2021) che siano utilizzati su più sedi, è espressamente rimandata, a norma dell'art. 77 del CCNL del comparto Istruzione e Ricerca per il triennio 2019-2021, alla contrattazione integrativa di livello nazionale. Tutta la parte sub a) dell'art. 30, comma 4 del CCNL, infatti, si riferisce alla contrattazione integrativa in detta sede nazionale, ovvero, a norma del comma 2, lettera a) del medesimo articolo 30, alla contrattazione fra la delegazione costituita dal MIM e i rappresentanti nazionali delle organizzazioni sindacali di categoria firmatarie del CCNL. Pertanto, fino a quando non sarà stipulato un apposito Contratto Collettivo Nazionale Integrativo (CCNI) in materia fra il Ministero dell'istruzione e del merito e le OO.SS. firmatarie del CCNL, non è possibile rispondere ai quesiti posti, né le istituzioni scolastiche debbono provvedere ad alcun pagamento o adempimento di sorta, non potendo, autonomamente, né definire il compenso né tantomeno erogarlo. In seguito alla sottoscrizione del CCNI in materia, il MIM dovrà poi provvedere a impartire alle istituzioni scolastiche le opportune istruzioni operative, per tutto ciò che non sarà stato regolato direttamente dallo stesso CCNI.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Chiarimenti in merito aldiscarico/dismissione dei libri inventariati ritenuti non più funzionali alla didattica...
Le Linee Guida del M.I. per la gestione del patrimonio e degli inventari delle Istituzioni Scolastiche ricordando che il procedimento di eliminazione dei beni dall’inventario è disciplinato dall’art. 33 del Regolamento D.I. 129/2018, operano un approfondimento utilissimo alle Scuole in relazione alle varie modalità per il discarico di detti beni. Infatti, sempre tenendo presente le varie tipologie di beni per cui è possibile l’eliminazione, vengono prese in considerazione le procedure relativamente alla documentazione necessaria a sostegno del decreto di eliminazione del Dirigente Scolastico. Nel medesimo provvedimento, poi, deve essere indicato, nel caso di mancanze o danneggiamenti, l'obbligo di reintegro a carico degli eventuali responsabili ovvero l'avvenuto accertamento dell'inesistenza di cause di responsabilità amministrativa, dandone adeguata motivazione. È cura del Dirigente Scolastico promuovere l’accertamento, formulare le consequenziali conclusioni e adottare le necessarie iniziative (dichiarazione sull'assenza di responsabilità amministrative e contabili; provvedimento di messa in mora dei responsabili finalizzato al reintegro patrimoniale; denuncia alla competente Procura Regionale della Corte dei Conti; ecc.). Quanto agli aspetti più strettamente operativi, possono essere individuate fondamentalmente due tipologie di procedimenti, a seconda che il bene da eliminare dall'inventario sia nel possesso giuridico e materiale dell'istituzione scolastica o meno. Nel primo caso, si tratta di beni ormai inutilizzabili oppure ancora integri e comunque suscettibili di riuso, mentre nel secondo caso si tratta di beni illecitamente sottratti oppure perduti per eventi fortuiti. Per quei beni di proprietà dell'istituzione scolastica e ancora in suo possesso, il procedimento di discarico può riguardare: – materiali di risulta: si tratta di materiali che rimangono a seguito di lavorazioni o di materiali di scarto; – beni fuori uso: tra questi rientrano i beni inservibili, rotti, danneggiati o guasti, per i quali risulterebbe antieconomico procedere alla riparazione; – beni obsoleti: rientrano in questa categoria i beni funzionanti, ma superati dal punto di vista tecnologico anche in relazione alla cura dell'interesse pubblico concretamente perseguito; – beni non più funzionali: ovvero quei beni integri e suscettibili di riuso, ma non più rispondenti alle esigenze dell'attività didattica e/o laboratoriale. Di seguito si ripropone lo schema delle Linee Guida con qualche precisazione che si ritiene utile alla trattazione. Di seguito si sintetizza il procedimento operativo per procedere al discarico inventariale dei: – materiali di risulta e beni fuori uso; – beni obsoleti o non più funzionali; – beni mancanti per furto; – beni mancanti per causa di forza maggiore. Atti e azioni per procedere al discarico dei "Materiali di risulta e Beni fuori uso" 1. Relazione del D.S.G.A. al D.S. e, per conoscenza, al Consiglio d'Istituto sull'esistenza di materiali di risulta o beni fuori uso. Tale relazione deve indicare le circostanze che hanno deerminato la situazione dei beni in oggetto e deve essere corredata dal relativo elenco completo dei riferimenti inventariali. In sede di rinnovo inventariale, le proposte formulate dalla "Commissione per il rinnovo inventariale" possono sostituire la relazione del D.S.G.A.. 2. Verbale della Commissione per la verifica e la contestuale valutazione dei materiali di risulta e dei beni fuori uso. Si precisa che il valore dei suddetti beni va calcolato sulla base del valore di inventario, dedotti gli ammortamenti, ovvero sulla base del valore dell'usato per beni simili, così come individuato dalla Commissione di cui all'art. 34, comma 1, del Regolamento. 3. Provvedimento del D.S. per la cessione o l'eliminazione dei beni dichiarati dismissibili dalla Commissione di cui all'art. 34, comma 1, del Regolamento. 4. Onere, a carico del D.S., di accertare eventuali responsabilità connesse all'obbligo di vigilanza o di custodia dei soggetti affidatari dei suddetti beni e consequenziale esperimento delle necessarie azioni volte al reintegro patrimoniale. 5. La vendita avviene, con avviso da pubblicarsi sul sito internet dell'istituzione scolastica e comunicato agli studenti e alle loro famiglie, sulla base delle offerte pervenute entro il termine assegnato. L'aggiudicazione è fatta al migliore offerente. Il provvedimento di discarico di cui all'art. 33, comma 1, del Regolamento, oltre all'elenco dei beni, dovrà dare atto dell'avvenuto versamento del corrispettivo di aggiudicazione. Eventuali spese, di natura tributaria e per il trasporto, sono a carico dell'acquirente, salvo diversa previsione di legge. 6. In caso di mancata aggiudicazione, anche per gara andata deserta, i beni possono essere ceduti a trattativa privata a titolo oneroso. In tal caso, per il discarico inventariale si osservano le medesime modalità descritte in caso di aggiudicazione. In alternativa alla cessione privata, con provvedimento motivato del D.S., i beni possono essere ceduti a titolo gratuito a favore di enti pubblici non economici o, in subordine, a enti non profit (Onlus, pro loco, parrocchie, enti di promozione sociale, ecc.). Nel caso di cessione a titolo gratuito il discarico va documento anche con il verbale di consegna dei beni trasferiti, sottoscritto dal rappresentante dell'ente trasferitario. 7. In estremo subordine, nell'ipotesi in cui né la cessione a titolo oneroso né la cessione a titolo gratuito abbiano dato esito, con provvedimento motivato del D.S. è disposta la destinazione dei beni allo smaltimento (c.d. "avvio alla discarica pubblica"). Il ricorso allo smaltimento deve avvenire nel rispetto delle norme di tutela ambientale. In tal caso, il discarico inventariale va documentato anche con il verbale attestante lo smaltimento dei beni. Grande attenzione va riservata allo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) Fermo restando l'iter procedimentale sopra delineato valevole a carattere generale, si ritiene che, sotto la propria responsabilità, il D.S. nell'osservanza dei principi di economicità, efficacia e trasparenza che sorreggono l'azione amministrativa, avrà cura di valutare a monte, esclusivamente per i beni assolutamente inservibili e privi di alcun valore, la maggior proficuità di un diretto avvio alla discarica pubblica o allo smaltimento. Atti e azioni per procedere al discarico dei "Beni obsoleti e Beni non più funzionali" 1. Relazione del D.S.G.A. al D.S. e, per conoscenza, al Consiglio d'Istituto sull'esistenza di beni obsoleti o non più utilizzabili ai fini del soddisfacimento delle esigenze dell'istituzione scolastica. La suddetta relazione deve essere corredata dall'elenco dei beni con l'indicazione dei riferimenti inventariali. In sede di rinnovo inventariale, le proposte formulate dalla "Commissione per il rinnovo inventariale" possono sostituire la relazione del D.S.G.A.. 2. Verbale della Commissione interna per la verifica sulle condizioni dei materiali obsoleti e non più utilizzabili e la determinazione del relativo valore. Si precisa che il valore dei suddetti beni va calcolato sulla base del valore di inventario, dedotti gli ammortamenti, ovvero sulla base del valore dell'usato per beni simili, individuato dalla citata Commissione, di cui all'art. 34, comma 1, del Regolamento 3. Provvedimento del D.S. per la cessione dei beni dichiarati dismissibili dalla Commissione di cui all'art. 34, comma 1, del Regolamento. 4. La vendita avviene, con avviso da pubblicarsi sul sito internet dell'istituzione scolastica e comunicato agli studenti e alle loro famiglie, sulla base delle offerte pervenute entro il termine assegnato. L'aggiudicazione è fatta al migliore offerente. La vendita può avvenire anche mediante trattativa privata ad altri enti pubblici non economici. In ogni caso, il prezzo base di vendita, salvo ipotesi assolutamente eccezionali e da motivare dettagliatamente, non potrà essere inferiore al valore determinato dalla Commissione di cui all'art. 34, comma 1, del Regolamento. Eventuali spese, salvo diversa previsione di legge, sono a carico dell'acquirente. Il provvedimento di discarico di cui all'art. 33, comma 1, del Regolamento, dovrà dare atto dell'avvenuto versamento del corrispettivo. 5. In caso di aggiudicazione non andata a buon fine, con provvedimento motivato del D.S., i soli beni non più utilizzabili per fini istituzionali possono essere ceduti a titolo gratuito solamente ad altra istituzione scolastica. In tal caso il discarico dall'inventario dovrà essere documentato anche con il verbale di consegna dei beni all'istituzione scolastica trasferitaria. 6. Nel caso in cui la cessione a titolo gratuito non dovesse andare a buon fine, si può ricorrere alla dismissione dei beni fuori uso mediante l'invio alle discariche pubbliche, nonché attraverso la distruzione o l'eliminazione nel rispetto delle norme di tutela ambientale e smaltimento dei rifiuti con particolare riguardo allo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE). In tal caso, il discarico dalle scritture contabili dei beni oggetto di dismissione può essere effettuato solo a fronte della relativa documentazione giustificativa, non essendo sufficiente la semplice declaratoria di bene non più utilizzabile. La commissione tecnica di cui all’art. 34 D.I. 129/2018 L’art. 34 del D.I. 129/2018, Regolamento di contabilità delle Istituzioni Scolastiche al comma 1 stabilisce: “1. I materiali di risulta, i beni fuori uso, quelli obsoleti e quelli non più utilizzati sono ceduti dall'istituzione previa determinazione del loro valore, calcolato sulla base del valore di inventario, dedotti gli ammortamenti, ovvero sulla base del valore dell'usato per beni simili, individuato da apposita commissione interna.”. Detta “Commissione Tecnica” – la cui composizione e il cui funzionamento sono disciplinati dal regolamento interno della Istituzione scolastica statale redatto ai sensi dell’art. 29 c3 del D.I. 129/2018 – deve essere nominata dal Dirigente che ne designa i componenti, almeno tre (e comunque sempre in numero dispari), preferibilmente con competenze o cognizioni tecniche, nell’ambito del personale docente ed ATA Per intuibili ragioni di trasparenza e neutralità non dovrebbero far parte della stessa né il Dirigente Scolastico, né il Direttore in quanto strettamente collegati alle operazioni di consegna ed eliminazione dei beni. La commissione ha il compito di verificare lo stato dei beni, attestando, in uno specifico verbale, che sono inservibili all’uso ovvero obsoleti e/o non più funzionali all’attività istituzionale. Deve inoltre determinare il relativo valore dei beni oggetto di valutazione. La commissione interviene in tutti quei casi in cui non sia possibile risalire, con la documentazione in possesso, al valore dei beni (donazioni, comodato, rinvenimento, ecc.). La commissione, poiché agisce collegialmente, non può funzionare con meno di tre membri e le decisioni sono prese a maggioranza relativa; essa nella sua prima riunione stabilisce i criteri e le modalità del proprio funzionamento. Le operazioni di verbalizzazione sono effettuate direttamente dalla Commissione che provvede alla nomina nel proprio interno di un componente con funzioni di segretario. La commissione deve concludere i propri lavori con un verbale a firma di tutti i componenti. 5) Vendita materiali fuori uso L’art. 34 del regolamento di contabilità scolastica prevede la possibilità per l’Istituzione Scolastica di stipulare contratti di vendita dei beni fuori uso, dei beni obsoleti e di quelli non più utilizzabili. Per la conclusione di questi contratti di vendita sono necessari i seguenti adempimenti: - costituzione della commissione interna; - la procedura di discarico dei beni fuori uso e non più utilizzabili; - pubblicazione dell’avviso d’asta per i beni osboleti utilizzabili per altri scopi; - comunicato agli alunni e al personale della scuola; - aggiudicazione della gara; - stipula del contratto a trattativa privata con il migliore offerente; - cessione a titolo gratuito dei beni. I materiali di risulta, i beni fuori uso, quelli obsoleti e quelli non più utilizzabili, sono ceduti dall’Istituzione Scolastica, previa determinazione del loro valore calcolato sulla base del valore di inventario compreso l’ammortamento, ovvero sulla base del valore dell’usato per beni simili. Dette operazioni vengono effettuate dalla commissione tecnica di cui si è già riferito. La commissione consegna al Dirigente Scolastico l’elenco dei beni da cedere con relativa assegnazione del valore da porre a base d’asta. Il Dirigente Scolastico provvede all’emanazione di un avviso d’asta da pubblicare sul sito internet della scuola e da comunicare agli alunni e alle loro famiglie. La pubblicazione deve avvenire almeno 15 giorni prima della data stabilita per l’aggiudicazione della gara. L’avviso d’asta deve contenere il giorno e l’ora in cui avverrà l’aggiudicazione, il prezzo posto a base della gara, nonché le modalità di presentazione delle offerte. Il prezzo da porre a base d’asta è quello del valore del bene risultante dall’inventario o il valore dell’usato di beni simili e comunque quello stabilito dalla Commissione. Le offerte devono essere segrete e devono pervenire all’Istituzione Scolastica in busta chiusa entro la data stabilita. Nel giorno stabilito per l’asta, sulla base delle offerte pervenute si procede all’aggiudicazione al concorrente che ha offerto il prezzo migliore, superiore o almeno uguale a quello indicato nell’avviso d’asta. L’asta si conclude con la stesura del verbale di aggiudicazione. Nel caso in cui la gara sia andata deserta, nell’avviso d’asta si potrà comunque prevedere l’aggiudicazione anche in presenza di una sola offerta, si procederà con le modalità seguenti: - vendita mediante trattativa privata; - in mancanza di acquirenti i beni possono essere ceduti a titolo gratuito. La cessione gratuita può essere fatta sia a favore di privati, sia di enti secondo quanto specificato nel paragrafo 2.1; - i soli beni non più utilizzabili per fini istituzionali possono essere ceduti direttamente a trattativa privata ad altre istituzioni scolastiche o altri enti pubblici; - nell’impossibilità di rimettere a chicchessia i beni si procederà alla eliminazione dei materiali che potrà avvenire con i sistemi vigenti della raccolta rifiuti. Si dovrà tenere conto delle varie tipologie di beni da eliminare compatibilmente alle norme esistenti per i rifiuti elettrici ed elettronici. Il Dirigente Scolastico autorizza, con provvedimento formale, il consegnatario a provvedere alla cancellazione e libera consegnatario e affidatari dalle responsabilità di custodia e gestione connesse. Lo scarico inventariale deve essere proposto dal consegnatario. Al provvedimento dirigenziale deve essere allegato il verbale della commissione o copia della denuncia presentata all’Autorità di pubblica sicurezza in caso di furto con la dichiarazione dell’accertamento delle eventuali responsabilità emerse nella conservazione dei beni e dei Vigili del Fuoco o altra autorità in materia per la vendita di beni per causa di forza maggiore. Dopo aver fatto questo lungo ma necessario preambolo sulla procedura completa di eliminazione e vendita dei beni presenti nell’inventario della scuola si ritiene di rispondere nello specifico alla domanda posta nel quesito. Per eliminare dall’inventario i libri precedentemente inventariati , perchè utilizzati per la didattica, si può fare riferimento all’eliminazione di beni non più rispondenti alle esigenze per le quali erano stati acquistati ma ancora nella possibilità di essere utilizzati e pertanto si dovrà effettuare la seguente procedura: 1. Relazione del D.S.G.A. al D.S. e, per conoscenza, al Consiglio d'Istituto sull'esistenza di beni obsoleti o non più utilizzabili ai fini del soddisfacimento delle esigenze dell'istituzione scolastica. La suddetta relazione deve essere corredata dall'elenco dei beni con l'indicazione dei riferimenti inventariali. In sede di rinnovo inventariale, le proposte formulate dalla "Commissione per il rinnovo inventariale" possono sostituire la relazione del D.S.G.A.. 2. Verbale della Commissione interna per la verifica sulle condizioni dei materiali obsoleti e non più utilizzabili e la determinazione del relativo valore. Si precisa che il valore dei suddetti beni va calcolato sulla base del valore di inventario, dedotti gli ammortamenti, ovvero sulla base del valore dell'usato per beni simili, individuato dalla citata Commissione, di cui all'art. 34, comma 1, del Regolamento 3. Provvedimento del D.S. per la cessione dei beni dichiarati dismissibili dalla Commissione di cui all'art. 34, comma 1, del Regolamento. Non si dovrà procedere alla tentata vendita perché nel provvedimento di dismissione del DS si farà espressamente riferimento al fatto che tali libri saranno utilizzati internamente alla scuola nelle biblioteche di classe dove ai sensi delle linee guida MIM sulla gestione dei beni e inventari del febbraio 2021 tali testi non devono essere inventariati.
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Data di pubblicazione: 22/07/2024
Docenti della scuola dell'infanzia che hanno preparato arredi e materiali didattici (PON) ad inizio anno: come inquadrare queste attività?
Nell'ambito del PON Ambienti didattici innovativi per la scuola dell’infanzia, sono stati acquistati dall'Istituto vari arredi e materiali didattici. Per arredi si intendono...
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Data di pubblicazione: 19/07/2024
Giorni di sospensione delle lezioni e fruizione delle ferie: alcuni dubbi...
L'operato della scuola ha rispettato quanto abbiamo detto nelle nostre risposte in argomento fino a quanto non è intervenuta la recente interpretazione della Cassazione in argomento. Infatti, la Cassazione, con la recente Ordinanza 17/06/2024 n.16715, ha affermato che il docente a tempo determinato (come per l'appunto il dipendente ATA con incarico ex art. 59 CCNL 2007 e ora 70 CCNL 2024) che non ha chiesto di fruire delle ferie durante il periodo di sospensione delle lezioni ha diritto all'indennità sostitutiva, a meno che il datore di lavoro dimostri di averlo inutilmente invitato a goderne, con espresso avviso della perdita, in caso diverso, del diritto alle ferie e alla indennità sostitutiva, in quanto la normativa interna - e, soprattutto, l'art. 5, comma 8, del D.L. n. 95 del 2012, come integrato dall'art. 1, comma 55, della legge n. 228 del 2012 - deve essere interpretata in senso conforme all'art. 7, par. 2, della direttiva 2003/88/CE, che, secondo quanto precisato dalla Corte di Giustizia, Grande Sezione (con sentenze del 6 novembre 2018 in cause riunite C-569/16 e C-570/16, e in cause C-619/16 e C-684/16), non consente la perdita automatica del diritto alle ferie retribuite e dell'indennità sostitutiva, senza la previa verifica che il lavoratore, mediante una informazione adeguata, sia stato posto dal datore di lavoro in condizione di esercitare effettivamente il proprio diritto alle ferie prima della cessazione del rapporto di lavoro. In particolare, il detto docente non può essere considerato automaticamente in ferie nel periodo fra il termine delle lezioni e il 30 giugno di ogni anno. La Suprema Corte ha cassato Corte di Appello di Milano - Lavoro - Sentenza 13/09/2022 n° 688 che aveva invece affermato la non spettanza dell’indennità per ferie non godute nei giorni di sospensione delle lezioni per tale intendendosi anche il periodo successivo al termine delle lezioni. Sempre in sede di merito il Tribunale di Bologna con le Sentenze 03/03/2022 n° 127 e 13/12/2021 n° 82 si era pronunciato affermando che il periodo che va dalla fine delle lezioni alla scadenza del contratto è uno dei periodi dell’anno in cui i docenti, che non siano impegnati in attività di scrutinio o comunque di istituto, possono fruire delle ferie, e nel caso dei docenti con contratto a tempo determinato con scadenza al 30 giugno, è uno dei periodi che rileva per il conteggio delle ferie automatiche. La nostra precedente interpretazione si basava sia sull'orientamento ARAN SCU14 in materia ( ai sensi del quale le ferie maturate e non godute dal personale ex art. 59 CCNL 2007 non vanno monetizzate ma fruite al rientro nella scuola di titolarità) che su quello della RGS che con la nota prot. 73425 del 6 settembre 2013 di trasmissione della nota 4 settembre 2013 prot. n. 72696. aveva precisato che l'articolo 1, comma 55 della Legge di Bilancio 2013 (Legge n. 228/2012) sui giorni da considerare come ferie automatiche del personale a t.d. fa riferimento ai "giorni in cui è consentito al personale fruire delle ferie" e non a quelli in cui dette ferie siano effettivamente fruite. Secondo l'interpretazione della RGS quindi a nulla rilevava ai fini della "monetizzazione" se il docente avesse o meno richiesto le ferie ma si sarebbe dovuto tener unicamente conto della mera astratta facoltà di fruirle, fermo restando l'obbligo di fruire le ferie nella misura in cui il dipendente ne ha diritto. Invece, ora la Cassazione, con l'Ordinanza citata, ha fornito una interpretazione diversa ai sensi della quale il docente a t.d. (come nel caso di specie) non può essere considerato automaticamente in ferie nel periodo fra il termine delle lezioni e il 30 giugno di ogni anno. Stante la mancanza di indicazioni del MIM o del MEF a seguito del recente intervento della Cassazione, si ritiene che alla luce dei principi sopra affermati, i giorni di sospensione delle lezioni non possono essere automaticamente fruitii come giorni ferie fruiti a meno che non si dimostri che il docente era stato invitato a fruire delle ferie maturate.
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Data di pubblicazione: 19/07/2024
Distributori automatici: a seguito di numerosi furti vorremmo recedere dal contratto di concessione...
Impossibile essere precisi sul punto senza leggere e valutare il contratto di concessione, che potrebbe prevedere delle clausole di risoluzione espressa: ragioniamo quindi sull’ipotesi che non ve ne siano. Inoltre, dal quesito manca la posizione del gestore della distribuzione automatica: se – come immaginiamo – il contratto è stato stipulato fra la scuola ed il gestore, la posizione dell’ente locale è del tutto irrilevante, e la decisione di risolvere il contratto spetta solo alla scuola. L’ipotesi di recesso dal contratto è disciplinata dall’art. 190 D.Lgs. 36/2023: nel nostro caso non ricorre alcuna ipotesi di risoluzione (comma primo). L’ipotesi di recesso unilaterale (comma quarto) è possibile, ma al concessionario spetterebbero una serie di indennità, fra cui quella di cui alla lettera c), ovvero “un indennizzo a titolo di mancato guadagno compreso tra il minimo del 2 per cento ed il massimo del 5 per cento degli utili previsti dal piano economico-finanziario, in base ad una valutazione che tenga conto delle circostanze, della tipologia di investimenti programmati e delle esigenze di protezione dei crediti dei soggetti finanziatori”. Purtroppo, spesso le scuole non procedono alla redazione del PEF e dunque mancherebbero indicazioni predittive del possibile indennizzo dovuto all’impresa. Non resta, pertanto, che la risoluzione mutua: se l’impresa accetta di risolvere il contratto rinunciando all’indennizzo, si potrà procedere in questo senso.
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Data di pubblicazione: 15/07/2024
Si pone il seguente quesito: Un’assistente amministrativa che gode per i propri genitori dei benefici della Legge n. 104/1992 programma le giornate di assenza per l'assistenza ai genitori in modo che sia presente a scuola solo nelle giornate del venerdì (l’a.a. utilizza prima i tre giorni per il primo genitore, poi gli altri tre giorni per il secondo genitore e poi i giorni del congedo biennale in modo da coprire i giorni restanti, di fatto tutte le settimane dal lunedì al giovedì). In questo modo non sembra possibile la sostituzione, benché nell’arco di un intero mese l’assistente amministrativa sia in servizio solo per 4 giorni con conseguenze negative per il lavoro di segreteria. Si chiede: a) è legittima da parte dell’assistente amministrativa questa modalità di programmazione delle giornate di permesso legate alla 104/1992? Si chiede in particolare se il congedo biennale possa essere continuamente interrotto e ripreso e intercalato con i 3 gg. di permesso ex. art. 33, c. 1 del d.lgs n. 151/2001? b) è possibile la sostituzione quando venga superato il limite complessivo dei 30 giorni di assenza, benché non continuativi e, in caso di sostituzione, visti i rientri al venerdì della titolare, il supplente individuato ha diritto alla conservazione del posto? c) quale altra modalità viene ritenuta dal Vs. servizio di consulenza possibile e/o consigliabile per procedere alla sostituzione (es. una programmazione delle assenze su base plurimensile tale da superare i 30 gg. di assenza e un contratto per il supplente pari alle ore non lavorate dal titolare)? Si ringrazia per l’attenzione Cordiali saluti Il Dirigente
Fino all'entrata in vigore del Decreto 119/2011, permessi e congedo straordinario erano considerati due benefici con la medesima finalità per i quali il Legislatore non aveva previsto la possibilità di contemporanea fruizione. Il Decreto 119/2011, però, ha modificato il disposto dell'ex comma 5 dell'articolo 42 del Decreto 151/2001, prevedendo che "per l'assistenza allo stesso figlio con handicap in situazione di gravità, i diritti sono riconosciuti ad entrambi i genitori, anche adottivi, che possono fruirne alternativamente ma negli stessi giorni l'altro genitore non può fruire dei benefici di cui all'articolo 33, commi 2 e 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e 33, comma 1, del presente decreto. La Funzione Pubblica nella circolare n. 1 del 3 febbraio 2012 , circolare che detta le indicazioni per una univoca e corretta gestione delle modifiche di cui al citato D.lgs. 119/2011, alla lettera b) per tutto il comparto del pubblico impiego scuola compresa, ha modificato una precedente indicazione e, nel merito della cumulabilità nello stesso mese dei due diversi benefici, ha precisato quanto di seguito evidenziato. "Il D.Lgs. n. 119 del 2011 ha modificato il disposto dell'ex comma 5 dell'art. 42 in esame, rivedendo all'attuale comma 5 bis che “i genitori, anche adottivi, possono fruirne alternativamente, ma negli stessi giorni l'altro genitore non può fruire dei benefici di cui all'art. 33, commi 2 e 3, della l. n. 104 del 1992 e 33, comma 1, del presente decreto”. A seguito della modifica, i genitori possono fruire delle predette agevolazioni (permessi di tre giorni mensili, permessi di due ore al giorno, prolungamento del congedo parentale) anche in maniera cumulata con il congedo straordinario nell'arco dello stesso mese, mentre è precluso il cumulo dei benefici nello stesso giorno. La conclusione vale anche nel caso in cui la fruizione delle agevolazioni avvenga da parte di un solo genitore, che, pertanto, nell'arco dello stesso mese può fruire del congedo ex art. 42, commi 5 ss., D.Lgs. n. 151 del 2001 e dei permessi di cui all'art. 33, commi 2 e 3, della l. n. 104 del 1992 o del prolungamento del congedo parentale. Analogamente, il dipendente che assiste una persona in situazione di handicap grave diversa dal figlio nell'ambito dello stesso mese può fruire del congedo in esame e del permesso di cui all'art. 33, comma 3, della Legge n. 104 del 1992. Deve quindi intendersi superato quanto detto nella Circolare n. 13 del 2010, al paragrafo 4, in ordine alla preclusione rispetto al cumulo tra congedo ex art. 42, comma 5, e permessi. A fronte di alcune richieste di chiarimento in proposito, si precisa, inoltre, che nel caso di fruizione cumulata nello stesso mese del congedo (ovvero di ferie, aspettative od altre tipologie di permesso) e dei citati permessi di cui all'art. 33, comma 3, da parte del dipendente a tempo pieno questi ultimi spettano sempre nella misura intera stabilita dalla legge (3 giorni) e non è previsto un riproporzionamento" (cfr. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, interpello n. 24/2012 del 1° agosto 2012, prot. n. 37/0014188). La stessa INPS sia nella circolare 53/2008 che nel messaggio 3114 del 07/08/2018 aveva già precisato che: ”i periodi di congedo straordinario possono essere cumulati con i permessi previsti dall’articolo 33 della legge n. 104/92 senza necessità di ripresa dell’attività lavorativa tra la fruizione delle due tipologie di benefici”. Così precisa il Messaggio INPS del 2018 sopra citato "Come già evidenziato nella circolare n. 53/2008, è possibile cumulare nello stesso mese, purché in giornate diverse, i periodi di congedo straordinario ex art. 42, comma 5, del D.Lgs n. 151/2001 con i permessi ex art. 33 della Legge n. 104/92 ed ex art. 33, comma 1, del D.Lgs. n. 151/2001 (3 giorni di permesso mensili, prolungamento del congedo parentale e ore di riposo alternative al prolungamento del congedo parentale). Si precisa, al riguardo, che i periodi di congedo straordinario possono essere cumulati con i permessi previsti dall’articolo 33 della Legge n. 104/92 senza necessità di ripresa dell’attività lavorativa tra la fruizione delle due tipologie di benefici. Quanto sopra può accadere anche a capienza di mesi interi e indipendentemente dalla durata del congedo straordinario. La fruizione dei benefici dei tre giorni di permesso mensili, del prolungamento del congedo parentale e delle ore di riposo alternative al prolungamento del congedo parentale stesso deve, invece, intendersi alternativa e non cumulativa nell’arco del mese (cfr. la circolare n. 155/2010, par. 2.2)". L'art. 68 del CCNL 2024 prevede ai commi 1-3 quanto segue: "1. I dipendenti ATA hanno diritto, ove ne ricorrano le condizioni, a fruire dei tre giorni di permesso di cui all' art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104. Tali permessi sono utili al fine delle ferie e della tredicesima mensilità e possono essere utilizzati ad ore nel limite massimo di 18 ore mensili. 2. Al fine di garantire la funzionalità del servizio e la migliore organizzazione dell’attività amministrativa, il dipendente, che fruisce dei permessi di cui al comma 1, predispone, di norma, una programmazione mensile dei giorni in cui intende assentarsi, da comunicare all’ufficio di appartenenza all’inizio di ogni mese. 3. In caso di necessità ed urgenza, la relativa comunicazione può essere presentata nelle 24 ore precedenti la fruizione dello stesso e, comunque, non oltre l’inizio dell’orario di lavoro del giorno in cui il dipendente utilizza il permesso". In base alle disposizioni di cui sopra, è si ritiene legittima la programmazione delle assenze dell'assistente ammnistrativa. Per quanto riguarda la sostituzione, il numero di 4 giorni di assenza ogni settimana con rientro della titolare non consente la nomina del supplente che può essere nominato solo dopo 30 giorni di assenza, ai sensi della normativa vigente. Anche qualora fosse possibile nominare il sostituto , il contratto non potrebbe essere prorogato , in quanto l'assenza non è continuativa, nè è possibile un contratto per il supplente per le ore non lavorate dalla titolare, che è previsto in caso di rapporto a tempo parziale. L'unica soluzione è quella di programmare il lavoro degli addetti alla segreteria, tenendo conto delle assenze della titolare e richiedere all'ufficio territoriale l'autorizzazione di un posto o di ore in più ni organico di fatto, data la situazione, per esigenze di servizio dell'istituzione scolastica.
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Data di pubblicazione: 19/07/2024
Dubbi su una richiesta frazionata di aspettativa per motivi personali...
L'art. 18 del CCNL 2007 prevede, al primo comma, che l'aspettativa per motivi di famiglia o personali continua ad essere regolata dagli artt. 69 e 70 del T.U. approvato con D.P.R. n. 3 del 10 gennaio 1957 e dalle leggi speciali che a tale istituto si richiamano. Ai sensi degli articoli 69 e 70 sopra citati il periodo di aspettativa non può eccedere la durata di un anno. Due periodi di aspettativa per motivi di famiglia si sommano, agli effetti della determinazione del limite massimo di durata previsto dall'art. 69, quando tra essi non interceda un periodo di servizio attivo superiore a sei mesi. La durata complessiva dell'aspettativa per motivi di famiglia non può superare in ogni caso due anni e mezzo in un quinquennio. In sintesi: a) due aspettative inferiori all'anno si considerano un unico periodo se il periodo di lavoro tra essi non supera i 6 mesi (art.70.1, Dpr 3/57); b) non si possono prendere aspettative per più di 2 anni e mezzo in 5 anni (art.70.2, Dpr 3/57); c) per motivi particolarmente gravi si può chiedere un ulteriore periodo di 6 mesi (art.70.3, Dpr 3/57). Quindi, l’aspettativa per motivi personali o di famiglia (regolata dagli art. 69-70 del DPR n. 3/1957) viene attribuita per un periodo massimo di 12 mesi, da fruire in maniera continuativa o frazionata. Per interrompere l’aspettativa, e quindi per ripristinare il diritto a chiedere altri 12 mesi, è necessario il rientro in servizio attivo superiore a 6 mesi; in ogni caso il limite massimo non può essere superiore a 2 anni e 6 mesi in un quinquennio. In definitiva, l'aspettativa per motivi di famiglia non può avere una durata superiore a 12 mesi se fruita senza soluzione di continuità; se fruita, invece a periodi separati non può oltrepassare, in ogni caso, nell'arco temporale di un quinquennio la durata massima di due anni e mezzo. Infine, si rileva che l’art. 70 citato prevede che “per motivi di particolare gravità il Consiglio di amministrazione (ora il riferimento è ovviamente al DS) può consentire all'impiegato, che abbia raggiunto i limiti previsti dai commi precedenti e ne faccia richiesta, un ulteriore periodo di aspettativa senza assegni di durata non superiore a sei mesi”. In sostanza, alla luce di quanto detto sopra è possibile prendere periodi frazionati di aspettativa all'interno del limite massimo di due anni e mezzo in un quinquennio e tenendo conto che il periodo massimo di fruizione continuativa è di dodici mesi calcolato come sopra esposto. Quindi, è possibile richiedere l'aspettativa in modo frazionato per più di due periodi all'interno del limite massimo dei 12 mesi continuativi (ad esempio: 5 gg, poi un mese, poi altri 3 mesi, il tutto anche intervallato da periodi di servizio attivo o in assenza per altri motivi, ad esempio malattia); l'importante è che il limite continuativo di dodici mesi non venga superato fermo restando poi il limite complessivo di due anni e mezzo nel quinquennio. In definitiva, l'aspettativa per motivi di famiglia non può avere una durata superiore a 12 mesi se fruita senza soluzione di continuità; se fruita, invece a periodi separati non può oltrepassare, in ogni caso, nell'arco temporale di un quinquennio la durata massima di due anni e mezzo. Sul concetto di servizio attivo offre utili chiarimenti la circolare del Ministero Difesa 8 luglio 2015 n. 45501 che si riporta in integrale nella parte che qui può interessare "Si ritiene che possano rientrare nel “servizio attivo” (dicitura utilizzata dalla norma contrattuale) anche le assenze (diverse dalla malattia e dalle aspettative) retribuite e che comportano la maturazione dell’anzianità di servizio. Dunque, nella nozione di “servizio attivo” possono rientrare le ferie, i cosiddetti “recuperi delle festività soppresse” (L. 937 del 1977), i giorni di assenza per terapia salvavita, i permessi sindacali retribuiti (quindi anche i permessi retribuiti per i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza), il distacco sindacale, l’interdizione dal lavoro, i congedi di maternità e paternità, i congedi parentali, i congedi per malattia del bambino, i riposi giornalieri (quindi anche i permessi giornalieri) previsti dal D.Lgs. 26/03/2001, n. 151, i permessi ex legge 104/1992. Non appare invece riconducibile a “servizio attivo” il congedo di cui all’art. 42, 5° comma, D.Lgs. 151/2001 (che è indennizzato, utile ai fini previdenziali, ma non è computato nell'anzianità di servizio). La malattia non può essere considerata “servizio attivo” (ARAN, orientamento applicativo RAL 1157)". L'ARAN, con l'O.A. RAL_1157 27 giugno 2012 in merito al fatto se i periodi di malattia, successivi al rientro in servizio, siano da considerare esclusi dal “servizio attivo”, ha precisato che la malattia è equiparata al servizio ma non è "servizio attivo e conseguentemente, essa non può essere valutata come servizio attivo". Ciò premesso, in riferimento al quesito posto si ritiene quanto segue. Se la prima aspettativa verrà chiesta a novembre per 15 gg circa non c'è un periodo minimo ( fatta salva la durata del preavviso massimo di 30 giorni in caso di nuova domanda) prima di poter fruire il secondo periodo. Resta fermo quanto detto sopra in merito ai 6 mesi di servizio attivo ai fini del periodo massimo di assenza continuativa.
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Data di pubblicazione: 19/07/2024
Un dipendente, assente alla visita fiscale, presenta come giustificativo lo scontrino di una farmacia...
In tutti i casi in cui il dipendente risulti assente alla visita fiscale (a meno che non si tratti dei casi di esonero di cui al DM 206/2017) il DS deve chiedere le relative giustificazioni. La visita ambulatoriale non ha lo scopo di sanare l’assenza dal domicilio ma solo quello di certificare la malattia e il suo decorso (Cfr. Cass. 14 settembre 1993, n. 9523). Ai sensi dell'art. 5, ultimo comma, del DL 12/09/1983, n. 463, convertito con modificazioni nella Legge 11/11/1983, n. 638, qualora il lavoratore risulti assente alla visita di controllo senza giustificato motivo, decade dal diritto a qualsiasi trattamento economico per l’intero periodo sino a dieci giorni e nella misura della metà per l’ulteriore periodo, esclusi quelli di ricovero ospedaliero o già accertati da precedente visita di controllo. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 78 del 1988, ha confermato la regola della perdita del trattamento economico per i primi dieci giorni, ma ha stabilito che per quelli successivi la decadenza dal medesimo diritto nella misura del 50% si verifichi soltanto nel caso di assenza ingiustificata a una seconda visita di controllo. Ciò premesso, per quanto concerne la giustificazione dell'assenza, l'INPS, con i messaggi 31 ottobre 2017, n. 4282 e 29 marzo 2018, n. 1399 ha precisato che: 1. il medico, in caso di assenza del lavoratore alla visita fiscale, dovrà sempre effettuare la convocazione a visita ambulatoriale; 2. il procedimento sulla giustificazione o meno del lavoratore per la sua assenza al domicilio è deciso esclusivamente dal D.S.; è previsto l'esame delle giustificazioni, da parte dell'Ufficio medico legale INPS territorialmente competente, qualora queste abbiano carattere prettamente sanitario. Ai sensi dell'art. 17, commi 15 e 16, del CCNL 2007 la permanenza del dipendente nel proprio domicilio durante le fasce orarie di reperibilità può essere verificata dall'amministrazione. Qualora il dipendente debba allontanarsi, durante le fasce di reperibilità, dall'indirizzo comunicato per visite mediche, prestazioni o accertamenti specialistici o per altri giustificati motivi, che devono essere, a richiesta, documentati, è tenuto a darne preventiva comunicazione all'amministrazione, con l'indicazione della diversa fascia oraria di reperibilità (Cfr. anche art. 55 septies D.Lgs. n. 165/2001). Il citato art. 55 septies al comma 5 bis prevede che, qualora il dipendente debba allontanarsi dall'indirizzo comunicato durante le fasce di reperibilità per effettuare visite mediche, prestazioni o accertamenti specialistici o per altri giustificati motivi, che devono essere, a richiesta, documentati, è tenuto a darne preventiva comunicazione all'amministrazione che, a sua volta, ne dà comunicazione all'INPS. La Cassazione con la Sentenza 19 febbraio 2016, n. 3294, ha affermato che anche nel caso dell'esistenza di un motivo socialmente apprezzabile per l'allontanamento dal domicilio durante le fasce di reperibilità, lo stesso lavoratore deve dimostrare l'impossibilità di avvisare il datore di lavoro del mutamento di domicilio nonchè l'indifferibilità del viaggio. Pertanto, solo il carattere della indifferibilità consente, in queste situazioni, di considerare giustificata l'assenza alla visita; in caso contrario, il dipendente ha l'onere di informare la scuola. Il lavoratore assente per malattia che deduca a giustificazione della non reperibilità alla visita di controllo la sua presenza ad altra visita presso altro medico deve provare che la causa dell'assenza dal domicilio nelle fasce di reperibilità costituisca una necessità determinata da situazioni comportanti adempimenti non effettuabili in orari diversi da quelli di reperibilità. Inoltre, gli obblighi di buona fede e correttezza correlati all'osservanza dell'obbligo di reperibilità durante gli orari di visita fiscale non prescindono dall'obbligo di comunicazione preventiva di assenza alla visita fiscale; se il dipendente risulta più volte assente alle visite fiscali senza addurre valide giustificazioni e senza preventiva comunicazione, non rileva, ai fini dell'inadempimento dell'obbligo di comunicazione preventiva dell'assenza dal domicilio, il fatto che il medico curante abbia successivamente confermato la malattia diagnosticata con la relativa prognosi. La preventiva comunicazione può essere evitata solo in presenza di gravi ed indifferibili ragioni, ed il lavoratore ha l'onere di dimostrare l'impossibilità di avvisare il datore di lavoro della repentina uscita di casa (Trib. Roma, Sent. 25/4/2019, n. 10277). Pertanto, il dipendente assente per malattia ha l'onere di comunicare al datore di lavoro la propria assenza, salvo l'impossibilità di avvisare della repentina uscita di casa. In definitiva, solo il carattere dell'indifferibilità consente, in queste situazioni, di considerare giustificata l’assenza alla visita; in caso contrario, il dipendente ha l’onere di informare la scuola. Sempre in tema di giustificazione all'assenza alla visita fiscale la Corte di Cassazione, con la sentenza 6 aprile 2006 n. 8012, ha affermato che va considerato giustificato motivo di assenza, necessario per escludere la sanzione per il mancato reperimento del lavoratore alla visita di controllo durante le fasce orarie di reperibilità, non solo lo stato di necessità o di forza maggiore, bensì anche una seria e valida ragione socialmente apprezzabile, la cui dimostrazione spetta al lavoratore, quale quella di far constatare l’eventuale guarigione della malattia, al fine della ripresa dell’attività lavorativa. Anche nel caso in cui l'allontanamento sia stato determinato dalla necessità di sottoporsi a trattamenti sanitari, è previsto uno stretto vaglio di indifferibilità del medesimo: è stato, infatti, affermato che "il lavoratore, risultato assente al controllo sanitario domiciliare, che afferma di essersi allontanato dalla propria abitazione durante la fascia di reperibilità per sottoporsi a visita medica o trattamento sanitario, non decade dal diritto all'indennità di malattia qualora dimostri rigorosamente il carattere dell'indifferibilità della visita medica o del trattamento terapeutico o l'indispensabilità delle modalità con cui si sono attuati" (Cassazione civile, sez. lav., 28 gennaio 2008, n. 1809). La Corte di Cassazione, con la sentenza 9 marzo 2010, n. 5718, ha ulteriormente affermato che il lavoratore assente dal lavoro per malattia, ove deduca un giustificato motivo della non reperibilità alla visita domiciliare di controllo, deve provare che la causa del suo allontanamento dal domicilio durante le previste fasce orarie, pur senza necessariamente integrare una causa di forza maggiore, costituisca, al fine della tutela di altri interessi, una necessità determinata da situazioni comportanti adempimenti non effettuabili in ore diverse da quelle di reperibilità. Solo il carattere dell'indifferibilità consente, in queste situazioni, di considerare giustificata l'assenza alla visita; in caso contrario, il dipendente ha l'onere di informare la scuola. Nel caso di specie, a nostro avviso, l'assenza alla visita fiscale non è giustificata in quanto il dipendente non ha avvertito la scuola che sarebbe stata assente durante le fasce di reperibilità nè, tanto meno ha dimostrato l'indifferibilità del recarsi in farmacia e l'impossibilità di effettuare detto adempimento al di fuori delle fasce di reperibilità. Conclusivamente, alla luce delle previsioni dell'art. 55 septies comma 5 bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 e della giurisprudenza sopra richiamata si ritiene che l'assenza alla visita fiscale sia da considerare non giustificata perchè il dipendente, da quanto risulta, non ha fornito dimostrazione dell'indifferibilità e urgenza del recarsi in farmacia.
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Data di pubblicazione: 19/07/2024
Dubbi su una richiesta di fruizione di permessi per sottoposizione a cure termali...
Il congedo straordinario per cure termali è stato abolito. L’art. 22 comma 25 della legge 724/1994 (finanziaria 1995) recita: “Il comma 42 dell’art. 3 della legge 24/12/1993, n°537, è sostituito dal seguente: Salvo quanto previsto dal secondo comma dell’art. 37 del testo unico approvato con DPR 3/57, sono abrogate tutte le disposizioni, anche speciali, che prevedono la possibilità per i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, di cui all’art. 1 comma 2 del decreto legislativo nº29/93 [oggi trasfuso nel D.Lgs. 30/03/2001, n. 165], e successive modificazioni ed integrazioni, di essere collocati in congedo straordinario, oppure in aspettativa per infermità per attendere alle cure termali elioterapiche, climatiche e psammoterapiche”. Successivamente con il CCNL 4/08/1995 che ha introdotto i permessi retribuiti, l’istituto del congedo straordinario è stato abrogato. Lo stesso CCNL all’art. 82 – disapplicazioni – annoverava tra le norme disapplicate anche l’art. 37 del DPR 10/01/1957, n. 3, comprese le modificazioni apportate con l’art. 3, commi 37-41 della legge 537/1993 (finanziaria 1994), pertanto la soppressione del congedo per cure idrotermali riguarda anche i mutilati ed invalidi di guerra o per servizio così come previsto dall’art. 37 comma 2 del DPR 3/1957. Inoltre il CCNL/2007, all’art. 146 comma 1, prevede che tutte le norme che non siano state già abrogate alla data del 13/01/1994, divengono disapplicabili con la firma definitiva del contratto, tranne quelle dallo stesso elencate che continuano a trovare applicazione: tra queste non c’è alcun riferimento alle cure termali. La disciplina vigente in questa materia per il personale delle pubbliche amministrazioni, ivi comprese le istituzioni scolastiche, non prevede più, quindi, l’istituto dei “permessi straordinari retribuiti per cure termali”, abrogati già dall’art.22, comma 25, della legge 724/1994. Allo stato, dunque, il dipendente pubblico che volesse sottoporsi a tali trattamenti terapeutici dovrà ricorrere, di norma, ai permessi o congedi ordinari riconosciutigli dal contratto, ovvero, in casi tassativamente delimitati dalle disposizioni rilevanti, usufruire dell’assenza per malattia, sussistendone le condizioni. L’art. 13 della legge 638/1983 dispone al comma 3 che “per i lavoratori dipendenti pubblici e privati le prestazioni idrotermali possono essere concesse, fuori dai congedi ordinari e dalle ferie annuali, esclusivamente per effettive esigenze terapeutiche o riabilitative connesse a stati patologici in atto, su motivata prescrizione di un medico specialista delle unità sanitarie locali, ovvero limitatamente ai lavoratori avviati alle cure dall’INPS o dall’ INAIL, su motivata prescrizione dei predetti istituti”. L’art. 16, comma 5, della legge 412/1991, che integra la disciplina della materia, precisa ulteriormente che “In attesa della disciplina organica della materia, le prestazioni idrotermali possono essere fruite dai lavoratori dipendenti pubblici e privati, anche al di fuori dei congedi ordinari e delle ferie annuali, esclusivamente per la terapia o la riabilitazione relative ad affezioni o stati patologici per la cui risoluzione sia giudicato determinante, anche in associazione con altri mezzi di cura, un tempestivo trattamento termale motivatamente prescritto da un medico specialista dell'unità sanitaria locale ovvero, limitatamente ai lavoratori avviati alle cure dall'INAIL, motivatamente prescritto dai medici del predetto Istituto.” Attualmente trovano applicazione: - l'art. 13 del D.L. n. 463/1983, convertito con Legge n. 638/1983; - l'art. 16, comma 5, della Legge n. 412/1991; - il D.M. 12 agosto 1992, che indica in modo tassativo le patologie per le quali sono ammesse le cure termali; - l'art. 22, comma 25, della Legge n. 724/1994 (finanziaria 1995) che abroga tutte le disposizioni, anche speciali, che prevedono la possibilità, per i dipendenti pubblici, di essere collocati in congedo straordinario, oppure in aspettativa per infermità, per attendere alle cure termali elioterapiche, climatiche e psammoterapiche; - la Legge n. 323/2000, che in sede di riordino del settore termale ha sancito il principio per cui le cure termali sono erogate con oneri a carico del SSN limitatamente alle patologie che, sulla base di specifici studi clinici e riscontri obiettivi, possono trarre dalle stesse reale beneficio ai fini sia curativi che riabilitativi. Dall'interpretazione della normativa attualmente vigente si desume che: 1) in via generale, il lavoratore può sottoporsi alle cure termali solamente nell'ambito del periodo di ferie, ovvero usufruendo dei permessi ordinari riconosciuti dal CCNL ( sia CCNL per il personale scolastico che quello per i dirigenti); 2) eccezionalmente, il lavoratore può imputare il periodo delle cure termali agli istituti dell'assenza per malattia ( con il relativo trattamento previsto dal CCNL di riferimento), con applicazione della relativa disciplina, ricorrendo le specifiche condizioni richieste dalla normativa sopra richiamata. Anche l'art. 16, comma 5, della Legge n. 412/1991 ha confermato, indirettamente, tale regola generale, prevedendo le condizioni tassative che, eccezionalmente, consentono al lavoratore di assentarsi per fruire delle cure termali anche al di fuori del periodo di ferie (imputandole, in questo caso, a malattia). Per il lavoratore che, solo in presenza di dette condizioni, effettua le cure termali al di fuori delle ferie, l'assenza dal servizio, da imputare a malattia, non può mai superare i 15 giorni all'anno (art. 13 Legge n. 638/1983). Inoltre, al fine di evitare forme di abuso, l'art. 13, comma 5, della Legge n. 638/1983 stabilisce che tra i periodi di effettuazione delle cure e delle ferie deve intercorrere un periodo di almeno 15 giorni. Il periodo di cure termali deve essere fruito dal lavoratore entro 30 giorni dalla richiesta medica e tra la concessione del periodo per cure termali e il godimento di un periodo di ferie deve obbligatoriamente trascorrere un periodo di almeno 15 giorni. La giurisprudenza sull'argomento ha precisato che la retribuibilità del periodo di congedo straordinario per fruire di cure termali esige, ai sensi dell'art. 13 del D.Lgs. 12/9/83, n. 463 (convertito, con modifiche, dalla L. n. 638/83), la produzione, da parte dell'interessato, di apposita prescrizione di medico specialista della ASL, da cui risulti motivata attestazione della sussistenza di effettive attuali esigenze terapeutiche o riabilitative, tali che, pur a prescindere da una situazione di indifferibilità, possono essere più efficacemente soddisfatte se le cure stesse siano praticate tempestivamente e, perciò, in periodo extraferiale. Il diritto al trattamento economico di malattia spettante durante il periodo di assenza dal lavoro per fruire di cure termali, compete solo quando quelle cure risultano in concreto incompatibili con le ferie oppure quando (pur essendo compatibili) non possano essere differite al periodo feriale prestabilito dal datore di lavoro senza pregiudicarne il conseguimento degli obbiettivi terapeutici. L'anticipazione della cura rispetto alle ferie deve essere motivata dallo specialista e deve incidere sui risultati del trattamento (Cass. 9/11/2001 13902; Cass. 14/06/1999 n. 5898; TAR Valle d'Aosta 22/7/1992 n. 98). L'art. 13 Legge citata prevede altresì che i permessi in questione non possono essere concessi per cure elioterapiche, climatiche e psammoterapiche ad eccezione di quelli spettanti agli invalidi per causa di guerra, di servizio e del lavoro e ai ciechi, ai sordomuti e agli invalidi civili con una percentuale superiore ai due terzi. Non possono essere fruite in periodo extra feriale: - le cure meramente preventive, finalizzate ad impedire l'insorgenza di malattie nuove, dato che esse non sono in alcun modo previste dalla disciplina legale; - le cure elioterapiche, climatiche e psammoterapiche, in virtù dell'espressa previsione dell'art. 13, comma 6, della Legge n. 638/1983, salvo che le cure stesse non siano richieste dai lavoratori invalidi civili con percentuale superiore ai due terzi, ciechi, invalidi per causa di guerra, di servizio e del lavoro; - le cure per le quali non sia stata attestata dal medico specialista dell'ASL la sussistenza dei previsti requisiti (esistenza della patologia, riconoscimento della maggiore efficacia terapeutica o riabilitativa della cura se non differita fino alle ferie); - le prestazioni termali prescritte per patologie non elencate nella tabella di cui al D.M. 15/12/1994; - le cure effettuate senza l'osservanza di un periodo di intervallo di 15 giorni con le ferie. La previsione di un necessario intervallo di 15 giorni tra cure termali e ferie può non trovare applicazione quando la richiesta di fruizione delle prime intervenga successivamente al godimento delle ferie e la deroga può giustificarsi sulla base dei caratteri d'indilazionabilità e imprevedibilità della terapia. La giurisprudenza di merito ha ritenuto, infine, che se la necessità di sottoporsi a cure termali sorge quando mancano meno di 15 giorni rispetto alla fruizione delle ferie, queste devono essere posticipate; viene ipotizzato anche un differimento delle cure termali in relazione alla data di conclusione delle ferie, purché nel rispetto del limite massimo stabilito dalla legge in proposito e cioè 30 giorni dalla prescrizione medica (cfr O.A. ARAN RAL521 5 giugno 2011). L'imputazione a malattia delle assenze effettuate per sottoporsi alle cure termali e, rispettivamente, climatiche, elioterapiche e psammoterapiche, comporta l'assoggettamento alle decurtazioni previste dalla vigente normativa per i primi dieci giorni di malattia (art. 71, comma 1, del D.Lgs. n. 112 del 2008 convertito in Legge n. 133 del 2008); tale decurtazione non si applica in caso di assenze effettuate dagli invalidi per causa di servizio. L'imputazione a malattia comporta altresì il calcolo dei relativi giorni di assenza nel periodo di comporto, ai sensi della vigente normativa contrattuale. L'ARAN con l'O.A. SCU_073 del 2012 ha così precisato: "I giorni di fruizione delle cure termali sono imputati alle assenze per malattia? Questa Agenzia ritiene opportuno rilevare che i giorni di fruizione delle cure termali sono sempre imputati alle assenze per malattia, essendo venuto meno l’istituto del congedo straordinario di fruizione delle stesse. Pertanto esse rientrano nel computo di cui all’art. 17 del CCNL del 29.11.2007 e devono essere fruite per un periodo massimo di 15 giorni annui, ai sensi dell’art. 13 della legge n. 638/1983". Con specifico riguardo agli aspetti procedurali, il dipendente che intende avvalersi del diritto alla fruizione di un ciclo di cure termali è tenuto a presentare al proprio datore di lavoro apposita istanza con allegata la certificazione rilasciata dal medico specialista dell'ASL o dall'INAIL (solo in caso di infortunio o di malattia derivante da causa di servizio) indicante: - l'affezione in atto; - l'idoneità terapeutica o riabilitativa della cura prescritta; - che per la risoluzione dell'affezione stessa è giudicato determinante un tempestivo trattamento termale; - il periodo entro cui tale trattamento va necessariamente effettuato. La Pubblica Amministrazione, accertata la regolarità della documentazione e la sussistenza dei requisiti indicati dalla legge, oltre che la sussistenza di motivi ostativi alla fruizione delle cure durante il periodo feriale, ai sensi dell'art. 16, comma 5, della Legge n. 412 del 1991, autorizza il dipendente ad assentarsi dal lavoro nel periodo richiesto per effettuare il prescritto ciclo di cure termali precisando che: - l'assenza a tale titolo va considerata, ad ogni effetto, assenza per malattia, comune o derivante da causa di servizio; - al rientro in servizio va prodotta idonea certificazione attestante le cure specificamente effettuate.
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Data di pubblicazione: 19/07/2024
Dubbi sulla fruizione dei permessi L. 104 in attesa della visita di revisione per la conferma della disabilità...
Gentile utente, a far data dal 1gennaio 2010, l’intero iter di gestione dell’accertamento dell’handicap è in carico all’INPS (cfr. circolare INPS 131 del 28 dicembre 2009e successivi messaggi n. 3041 e n. 3042 del 31/12/2009). Nei casi in cui i verbali prevedano anche la rivedibilità spetta sempre all’INPS convocare direttamente a visita l’interessato senza che sia necessario che presenti la relativa domanda. Al riguardo, infatti, l’articolo 25, comma 6-bis, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, ha considerato elementi di semplificazione dell’iter sanitario amministrativo per l’accertamento dell’invalidità e della disabilità e, ha previsto che: “Nelle more dell'effettuazione delle eventuali visite di revisione e del relativo iter di verifica, i minorati civili e le persone con handicap in possesso di verbali in cui sia prevista rivedibilità conservano tutti i diritti acquisiti in materia di benefici, prestazioni e agevolazioni di qualsiasi natura”. Quindi, secondo la stessa norma appena citata tutti i benefici, le prestazioni, le agevolazioni in essere rimangono effettivi fino alla nuova visita. Le istruzioni operative, finalizzate all’attuazione della predetta disposizione, sono state fornite dall’INPS ente di gestione dell’intero iter, con la circolare n. 127 dell’8 luglio 2016 citata dall’interessato. Con questa circolare viene definito il riconoscimento della validità del verbale di accertamento dell’handicap anche nelle more dell’iter sanitario di revisione, ai fini della fruizione dei permessi suindicati da parte di lavoratori già titolari dei benefici, in quanto precedentemente autorizzati alla fruizione degli stessi in base ad una prima domanda amministrativa, presentata quando il verbale non era ancora in stato di revisione. La circolare al punto 2.3 relativo a: “Verbale con esito di mancata conferma dello stato di disabilità in situazione di gravità del lavoratore che fruisce dei benefici per se stesso o della persona assistita dal familiare lavoratore (art.33 commi 3 e 6 della legge 104/92)”, precisa quanto segue. “Nel caso in cui la visita di revisione si concluda con un verbale di mancata conferma dello stato di disabilità grave, il lavoratore, il disabile e il datore di lavoro riceveranno dalla Struttura territoriale una lettera tramite la quale sarà comunicata la cessazione degli effetti del provvedimento di autorizzazione, a suo tempo rilasciato in base al verbale rivedibile, con decorrenza dal giorno successivo alla data di definizione del nuovo verbale”. La stessa INPS con il proprio messaggio n. 926 del 25 febbraio 2022 ha però rivisto alcune regole, soprattutto, le proprie modalità operative relative alle visite di revisione che si riportano in sintesi. A tal fine, viene implementato, anche in quest’ambito, l’uso dello strumento tecnologico informatico a vantaggio dell’economicità e dell’efficienza del procedimento amministrativo. a) quattro mesi prima della data prevista per la visita di revisione, le procedure informatiche estraggono dagli archivi le posizioni interessate e viene trasmessa al cittadino una lettera, con posta prioritaria, contenente l’invito ad allegare la propria documentazione sanitaria tramite il servizio online. Questa procedura consente alle commissioni mediche preposte all'accertamento delle minorazioni civili e dell'handicap di redigere verbali, sia di prima istanza che di revisione, anche solo valutando gli atti, in tutti i casi in cui sia presente una documentazione sanitaria che consenta una valutazione obiettiva; b) in presenza di idonea documentazione sanitaria, da inviarsi entro 40 giorni dalla data di spedizione della lettera di cui al punto a), il processo di revisione si conclude con la valutazione sugli atti. Diversamente, si procede alla fissazione della visita di revisione, di cui al punto successivo; c) qualora non sia possibile procedere a una valutazione sugli atti o nel caso di mancata trasmissione di documentazione medica integrativa, l’interessato è convocato a visita diretta. Queste al momento le linee guida, in attesa della revisione a partire da gennaio 2025 dopo la pubblicazione del recente D.lgs. del 3 maggio 2024 n. 62 nella G.U. n.11 del 14 maggio 2024 Quindi in risposta al quesito: a) permane il diritto al riconoscimento dei i tre giorni di permesso già fruiti in attesa dell’esito della revisione, che come chiarito nel quesito sarà effettuata con visita il 29 Agosto; b) il diritto ai permessi dopo il citato accertamento a far data da questo nuovo verbale rimane se è stato confermato il comma 3 dell’art. 3 della legge104/92; c) al contrario se l’esito della revisione non ha confermato il comma 3, dalla data del nuovo accertamento i permessi fruiti successivamente a tale data devono essere recuperati con altra tipologia di assenza; d) poiché nel caso specifico l’interessato andrà in pensione quest'anno (al 31/8/2024 a far data dal 1 settembre) considerata la data di revisione non è necessario nessuna cautela da parte della istituzione scolastica. Anzi, per non incorrere in problematiche future l’interessato dovrebbe richiedere l’esito della revisione subito il giorno della visita e, darne immediata notizia alla scuola. A tal fine, se confermato il comma 3 l’interessato può utilizzare i 3 giorni di permesso se non già utilizzati nel mese nelle giornate dal 29 al 31 agosto.
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Data di pubblicazione: 18/07/2024
Dubbi sulla fruizione delle ferie per un dipendente in part time con contratto da docente full time fino al 30/06...
L’art. 58 (rapporto di lavoro a tempo parziale), comma 11, del CCNL/2007 del comparto Scuola tuttora vigente (non modificato dal CCNL 2024) prevede che: “I dipendenti a tempo parziale orizzontale hanno diritto ad un numero di giorni di ferie e di festività soppresse pari a quello dei lavoratori a tempo pieno. I lavoratori a tempo parziale verticale hanno diritto ad un numero di giorni proporzionato alle giornate di lavoro prestate nell’anno”. Analoga previsione vi è per il personale docente ( cfr. art. 39 CCNL 2007) Pertanto, la specificità per il personale in part time si riferisce alle ferie maturate che vengono proporzionate alle giornate di lavoro. Quindi se durante il servizio con contratto a tempo pieno - come docente - il dipendente ha maturato X giorni di ferie, dette giornate non dovranno essere riproporzionate ora che è tornato in part time proprio perchè il riferimento deve essere allo status ( tempo pieno) in cui erano state maturate; ferie che fruirà unitamente a quelle che maturerà come dipendente in part time secondo la previsione del citato art. 58. Ovviamente le ferie maturate come docente andranno fruite esclusivamente nei giorni in cui il dipendente ha servizio in riferimento all'articolazione dell'orario di lavoro in part time e non anche nei giorni in cui non ha rapporto lavorativo con l'Amministrazione. Infatti, l'assenza per ferie può coprire esclusivamente una giornata lavorativa in cui vi sarebbe servizio da prestare.
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Data di pubblicazione: 19/07/2024
Un parere sulla richiesta di aspettativa per diversa attività lavorativa presentata dal DSGA vincitore di un concorso pubblico...
La risposta è affermativa. Il DSGA potrà richiedere l'istituto previsto dall'art. 18, comma 3, del CCNL/2007 il quale prevede che il dipendente è collocato in aspettativa, a domanda, per un anno scolastico senza assegni per realizzare l’esperienza di una diversa attività lavorativa o per superare un periodo di prova. In merito ai presupposti richiesti, ricordiamo che la concessione dell’aspettativa non è discrezionale, in quanto la norma prevede testualmente che il dipendente, a domanda, è collocato in aspettativa, non lasciando, pertanto, alla scuola alcun margine di discrezionalità legato a esigenze di servizio. Naturalmente nella domanda il dipendente dovrà precisare ed attestare l’esperienza lavorativa per la quale chiede di essere collocato in aspettativa. Pertanto, la suddetta norma offre al dipendente la possibilità di stipulare un altro contratto di lavoro anche per superare un periodo di prova. Non vi è alcuna preclusione in merito al datore di lavoro (pubblico o privato) presso cui dovrà essere svolta l'attività lavorativa o superato il periodo di prova. Il tenore letterale della norma, che fa riferimento esclusivo ad “un anno scolastico”, è da intendere ad un determinato anno scolastico e non ad un periodo massimo di durata comprensivo della sommatoria di più mesi fino alla concorrenza di un anno. Anche l’ARAN, nell’orientamento applicativo del 14 dicembre 2011, ha precisato che per l’art. 18, comma 3, il periodo è circoscritto ad un anno scolastico. L'ARAN, con l'Orientamento Applicativo SCU_100 del 1° agosto 2016, ha ribadito in merito all'aspettativa di cui all’art. 18, comma 3, del CCNL 2007 per svolgimento di altra attività lavorativa che: - è senza retribuzione; - l’anno scolastico risulta essere il periodo massimo di durata; - può essere richiesta anche per un più breve periodo ma comunque esaurirà i suoi effetti alla fine dell’anno scolastico; - una volta fruita, anche se per un periodo inferiore all’anno scolastico, la stessa non potrà essere prorogata. Quindi se richiesta ora l'aspettativa potrà essere fruita sino al 31 agosto. Per i mesi successivi, necessari al superamento del periodo di prova e quindi sino all'assunzione a tempo indeterminato presso l'ente pubblico, si potrà richiedere l'aspettativa ex art. 23 bis del D.Lgs n. 165 del 2001. L'art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 prevede che "in deroga all'articolo 60 del testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato, di cui al d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, ivi compresi gli appartenenti alle carriere diplomatica e prefettizia e, limitatamente agli incarichi pubblici, i magistrati ordinari, amministrativi e contabili e gli avvocati e procuratori dello Stato sono collocati, salvo motivato diniego dell'amministrazione di appartenenza in ordine alle proprie preminenti esigenze organizzative, in aspettativa senza assegni per lo svolgimento di attività presso soggetti e organismi, pubblici o privati, anche operanti in sede internazionale, i quali provvedono al relativo trattamento previdenziale. Resta ferma la disciplina vigente in materia di collocamento fuori ruolo nei casi consentiti. Il periodo di aspettativa comporta il mantenimento della qualifica posseduta. È sempre ammessa la ricongiunzione dei periodi contributivi a domanda dell'interessato, ai sensi della legge 7 febbraio 1979, n. 29, presso una qualsiasi delle forme assicurative nelle quali abbia maturato gli anni di contribuzione. Quando l'incarico è espletato presso organismi operanti in sede internazionale, la ricongiunzione dei periodi contributivi è a carico dell'interessato, salvo che l'ordinamento dell'amministrazione di destinazione non disponga altrimenti". Il Dipartimento della Funzione Pubblica, con il Parere n. 7147 del 3 febbraio 2021, pubblicato in data 8 marzo 2021, ha fornito chiarimenti in merito al fatto se - alla luce delle previsioni dell’art. 23-bis del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 - sia possibile concedere al pubblico dipendente l’aspettativa per lo svolgimento di un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato presso altra Pubblica Amministrazione o organizzazione privata. La Funzione Pubblica, dopo aver ricordato che è vigente nel nostro ordinamento il divieto di cumulo di impieghi pubblici posto dall’art. 65 del DPR n. 3 del 1957, ritiene che - in ragione della sua specialità - l’aspettativa di cui all’art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 possa trovare applicazione esclusivamente in termini di residualità rispetto ad altri istituti previsti da norme di rango legislativo che disciplinano con maggior dettaglio fattispecie in cui il dipendente pubblico può prestare servizio per un’amministrazione diversa da quella nei cui ruoli è inquadrato e, comunque, subordinatamente alla previa valutazione dell’esigenze organizzative e in funzione del perseguimento di obiettivi di crescita professionale del dipendente interessato. Più specificamente, ad avviso del Dipartimento, l’aspettativa di cui all’art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 per espressa previsione del legislatore costituisce una deroga del principio dell’esclusività del lavoro alle dipendenze dell’amministrazione. In assenza di previsioni espresse sul rapporto con il divieto generale di cumulo degli impieghi, la Funzione Pubblica è del parere che tale aspettativa non sia utilizzabile nell’ipotesi di instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato con altra amministrazione conseguente al positivo esperimento di procedure a carattere selettivo. È opportuno che le amministrazioni che si debbano esprimere sulla richiesta di aspettativa di cui all’art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 adottino criteri generali per assicurare la regolare prosecuzione delle attività istituzionali e scongiurare la sussistenza di potenziali conflitti di interesse. La ratio sottesa alla norma, ossia quella di favorire lo sviluppo di esperienze lavorative più articolate da parte dei dipendenti pubblici, dovrebbe riferirsi a situazioni e contesti contigui ma non identici, in modo tale da generare esperienze professionali diverse non altrimenti conseguibili nell’organizzazione di provenienza. La previsione normativa, che pone a carico del soggetto presso cui è svolta la diversa esperienza lavorativa gli oneri relativi al trattamento previdenziale, è sintomatica dell’applicabilità dell’istituto in situazioni non coperte da discipline già tipizzate che consentono il lavoro presso altre amministrazioni. Per quanto concerne la durata il comma 4 dell'art. 23-bis si limita a prevedere che "nel caso di svolgimento di attività presso soggetti diversi dalle amministrazioni pubbliche, il periodo di collocamento in aspettativa di cui al comma 1 non può superare i cinque anni, è rinnovabile per una sola volta e non è computabile ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza"; quindi la durata non deve coincidere con l'anno scolastico. Con il Parere del 1° giugno 2022, n. 45176 pubblicato il 23 dicembre 2022, ha fornito chiarimenti circa la durata dell’aspettativa di cui all’art. 23-bis il cui comma 4 prevede che il periodo di collocamento in aspettativa non può superare i cinque anni, è rinnovabile per una sola volta. Ad avviso della Funzione Pubblica il riferimento alla durata del periodo massimo di cinque anni induce a ritenere ammissibile l’ipotesi di aggiungere un ulteriore periodo di 5 anni di aspettativa, con la conseguenza che la durata massima di fruizione è quindi determinata in 10 anni. La Funzione Pubblica, con il Parere 1° luglio 2022, n. 52969 pubblicato in data 23 dicembre 2022, ha precisato che l’art. 23-bis citato contempla, quindi, in termini astratti e generali la possibilità di fruire di un periodo di aspettativa durante il quale svolgere attività in favore di soggetti pubblici senza specificare la natura del rapporto che si va ad instaurare, condizionandone tuttavia la fruizione ad una previa valutazione del datore di lavoro sulla compatibilità dell’assenza rispetto alle esigenze organizzative dell’ente. La previsione normativa non attribuisce, pertanto, in capo al dipendente un diritto potestativo al collocamento in aspettativa a fronte di un obbligo di disposizione in capo al datore di lavoro, ma configura un onere dell’amministrazione a valutare in concreto la sussistenza delle condizioni di sostenibilità organizzativa. Pertanto, alla luce dei recenti chiarimenti della Funzione Pubblica si evince che si può utilizzare sia l'aspettativa ex art. 18, co. 3 CCNL 2007 o l'art. 23 bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 ma questo fino a quando non vi è l'assunzione in ruolo nel secondo rapporto di lavoro pubblico. Si rileva, inoltre, che l'art. 65 del DPR 3 del 1957 prevede che: "Gli impieghi pubblici non sono cumulabili, salvo le eccezioni stabilite da leggi speciali. ..... L'assunzione di altro impiego nei casi in cui la legge non consente il cumulo importa di diritto la cessazione dall'impiego precedente, salva la concessione del trattamento di quiescenza eventualmente spettante, ai sensi dell'art. 125, alla data di assunzione del nuovo impiego". L'art. 65 t.u. imp. civ. St. (DPR 10 gennaio 1957, n. 3), nel porre il divieto esplicito di cumulo di pubblici impieghi, predispone un meccanismo automatico che richiede solo un'attività ricognitiva da parte dell'amministrazione, in base al quale meccanismo l'assunzione di un nuovo impiego da parte dell'impiegato determina di diritto la cessazione di quello precedente, sul presupposto che il dipendente, accettando il secondo rapporto, abbia inteso dismettere il primo con la cessazione di diritto del precedente rapporto a seguito dell'assunzione del nuovo, il legislatore vuole garantire che il pubblico dipendente presti la propria attività a favore di un solo datore di lavoro pubblico (cfr Consiglio di Stato, sez. VI, 14/10/2004, n. 6667). In definitiva, l'art. 65, t.u. 10 gennaio 1957, n. 3, prevede la cessazione "ipso jure" dell'impiego precedente con l'assunzione di un nuovo impiego, solo nel caso in cui i due rapporti si equivalgano, sicché è legittimo ritenere che il dipendente preferisca conservare quello intervenuto successivamente, considerandosi in sostanza indifferenti per lo stesso; per cui, nel caso in cui manchi fra i due rapporti la necessaria equivalenza qualitativa e quantitativa, non ricorre la situazione descritta (T.A.R. Emilia-Romagna sez. II, 04/05/1995, n. 190).
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